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Full text of "Studi storici"

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Studi Storici 



A. CAVAGNA SANGIULIANI 



STUDI STORICI 



VOLUME PRIMO 



Ambasceria di Carlo Visconti 

Bianca Sforza-Visconti in Voghera 

Una corsa all'Abbazia di Morimondo 

Il Palazzo del Broletto in Milano e i conti Dal Verme 

Una visita al Museo darcheologia in Milano 



MILANO 

TIPOGRAFIA LETTERARIA 
3 



Lettore, 



È poco quanto ti offro in questo libriccino; 
brevi parole basteranno così a dartene con- 
tezza. 

Qualche volta a svago di idee poco liete, 
a larghi intervalli, lasciai correre la mente 
sopra altri pensieri; questi fruttarono al- 
cuni schizzi, brevi studi; poveri frutti 



6 
che, in parte acerbi, perchè forse troppo 

presto colti , in parte appassiti , perchè 
forse troppo tempo dimenticati, ti offro 
come giovanili aspirazioni , come riflesso 
de* miei primi anni , come documenti de' 
miei primi passi negli studi letterari e 
storici. 

Altre volte a tregua nell'opera di un 
lungo lavoro, e a riposo della mente insieme, 
presi nelle mani argomenti meno gravi , 
meno voluminosi , e gettai in fretta altri 
schizzi, i quali coi primi metto pure in- 
nanzi timidamente al tuo sguardo come 
povere testimonianze del vivo amore che 
nutro per gli studi storici ed archeologici , 
e del profondo sentimento di rispetto che 
sento nel mio cuore per tutto quanto ne 



7 
venne dagli avi nostri a maggiore onoranza 

della patria. 

Possa la tua indulgenza benignamente 

accoglierli, e ne andrò lieto e rianimato 

nel progredire. 

Milano, 15 maggio 1870. 

A. CAVAGNA SANGIBLIANI 



ALTRI LAVORI STORICI ED ECONOMICI 



OEIìIìO STESSO AUTORE 



Dell' Abbazia di S. Alberto di Butrio e del Monastero di 
Santa Maria della Vieta, detto il Rosario, in Voghera, 
provincia di Pavia. Illustrazioni sloriche. Un volume in-4.° 
di 312 pagine con tre tavole. l. a Carta topografica 
dei beni posseduti dall'Abbazia di Butrio. — 2. a Epigrafe 
antica nella chiesa di Butrio. — 3. a Lapide in onore 
di Vincenzo Bandelli sulla porta del Monastero di Vo- 
ghera. Milano, tipografìa di Pietro Agnelli, 1865. Edi- 
zione di 325 esemplari. 

Vedi la Relazione fatta alla Società Lombarda di Eco- 
nomia politica in Milano dal socio effettivo cav. Pier- 
Carlo Villa; Milano, tipografìa di Gaetano Bozza, 1865,, 



IO 

— e La Fama, nn. 43 e 44, anno 1865, nonché la Gazzetta 
di Milano e l'Istruzione Publica in numeri dell'anno 1865. 

L'Agricoltura in rapporto all'Economia politica ed alla Pro» 
prietà. Milano, tipografìa di Pietro Agnelli, 1864. Un 
voi. in-8 con tavole statistiche. Edizione di 150 esem- 
plari. 

Lavoro pubblicato nel Giornale del Comizio Agrario del 
circondario di Voghera, anno 1864. 

Il Portico di S. Celso in Milano. Breve dissertazione, con 
un'appendice che contiene una proposta di giunte d'an- 
tichità. Milano , tipografìa di Pietro Agnelli, 1865. Un 
voi. in-8 di 100 pagine , con quattro tavole incise. 
l. a Veduta della facciata del Portico. — 2. a Una porta 
dell'atrio o Portico. — 3. a Un capitello delle lesene sulla 
fronte del Portico. — 4. a Veduta generale delle due 
chiese di S. Maria e di S. Celso ; non che una carta 
topografica rappresentante il piano del corso e del Por- 
tico di S. Celso. Edizione di 250 esemplari (Seconda 
edizione, Tip. Letteraria). 

Vedi La Lombardia, n. 314, a. 1865 ; La Fama, nn. 43 e 
44, a. 1865; Le Muse, n. 33, a. 1865 ; L'Istruzione publica, 
n. 10, a. 1865; La Gazzetta di Milano, n. 307, a. 1865 ; Il 
Giornale per tutti, n. 45, a. 1865 ; Lo Studente, n. 15, a. 
1865; la Circolare della Libreria Italiana, n. 20, a. 1865; 
li' Illustrazione Universale, n. 94, a. 1865, ecc. 



li 

Due Margherite, Poesia e Storia (Sunto Storico e Note). 
Milano, R. Stabilimento Ricordi, 1868. Un voi. in-foglio. 
Edizione di 120 esemplari. 

Quest'ultimo lavoro venne ristampato due altre volte nella 
forma dello Schizzo storico sopra : 

Margherita ed Emanuele-Filiberto di Savoia, con l'aggiunta 
di una prefazione, di nuove note storiche, e di molti 
documenti. 2. a e 3. a edizione di 250 esemplari ciascuna. 

Vedi il Rapporto fatto all'Istituto storico di Francia 
dal cav. Marcello Ranzi , publicato nell' Investigateur, 
giornale dell'Istituto, tomo vili, serie 4. a , libro del novembre 
1868 , ed estratto a parte coi tipi di Pietro Agnelli. Mi- 
lano, 1869. 



Torno e le armi ivi sterrate nel marzo 1870. Cenni sto- 
rici. Un voi. in-4, di pagine 200, con tavole, incisioni 
nel testo e carta topografica, e cioè: l. a Veduta di 
Torno. — 2. a Armi sterrate nel porto di Torno. — 
3.* Chiesa Parrochiale eli Torno. — 4. a Affresco nella 
Chiesa Parrochiale di Torno. — 5. Porta della Chiesa di 
S. Giovanni. — 6. a Pliniana. 7. a La Pliniana da nord 
ad ovest. — 8. a Loggia interna della Pliniana. 9. a Carta 
topografica da Como a Torno. Milano, Tipografia Lette- 
raria, Via Marino 3 e Galleria V. E., 77. — Edizione 
di 350 Esemplari. 



12 

Vedi la Gazzetta di Milano, N. di giugno; Il Secolo, N. 1479; 
il Corriere del Lario, 11 giugno, N. 47 ; Il Costituzionale, 
4 luglio , N. 80 ; La Perseveranza , 20 luglio , N. 3849, 
tutti dell'anno 1870; nonché il Rapporto fatto innanzi al- 
l'Accademia Artistica Raffaello in Urbino, publicato nel 
N. 8 (1870), del Giornale II Raffaello , organo ufficiale per 
gli atti relativi alla suddetta Accademia. 



Alcuni articoli nell' opera corografica di Amato Amati : 

L' Italia sotto 1* aspetto Fisico , Storico , Artistico e 
Statistico, pubblicata in Milano dal dott. Vallardi. 



Articoli d'Agricoltura pubblicati nel Giornale del: 

Comizio Agrario del Circondario di Voghera , a. 1864 
e 1865. 



D'imminente publicazione: 



Voghera qualificata borgo e città fino dai più lontani 
tempi. Memoria Storica colla scorta di documenti editi ed 
inediti. 



13 

Documenti di Storia Lombarda, illustrati con Note storiche 
che formano parte della Collezione di manoscritti auto- 
grafi, documenti storici, codici membranacei e cartacei, 
pergamene, carte pagensi e cronache patrie, possedute dal- 
l'autore. 

Bibliografia di Storie Municipali Italiane; è il catalogo di 
quelle possedute dall' autore. 

Voghera e la sua antica Provincia ; illustrazione statistica, 
storica, topografica, idrografica, orografica, geologica, 
artistica, biografica e bibliografica, formata da descri- 
zioni, storie, documenti, archeologia, arte, corografia? 
vedute, piante , carte topografiche , ecc. Comprenderà 
anche la storia e la descrizione della città di Bobbio e 
del suo territorio civile ed ecclesiastico anticamente 
in essa compresa. 

La Casa della Carità in Milano, nuovi studi con docu- 
menti inediti posseduti dall'autore. 

/ ristauri di alcuni Monumenti in Milano. Osservazioni , 
studi e proposte. 



AMBASCERIA DI CARLO VISCONTI 

Presso FEDERICO III imperatore di Germania 

NELL'ANNO 1473 

PER COMMISSIONE DEL DUCA DI MILANO 



A illustrazione di questa ambasceria credo 
opportuno premettere quattro parole sul conto 
di Carlo Visconti. 

Quando egli nato, non si sa; dal testamento 
della nobil Donna Viviana Visconti, moglie 
del celebre guerriero Frignano Della Scala (1), 



(1) Fatto nel palazzo dell'Arengo ove ella colla duchessa 
da lungo tempo abitava. In nomine domini, anno a nativi- 
tate ejusdem millesimo quadringentesimo , quinquagesimo- 
'primo, indictione quartadecima, die ~Lunm, quinto mensis 
Aprilis , e steso da Ludovico de Cisero , publico notaio 
di Milano. 

Questa insigne benefattrice di Carlo Visconti fu sepolta 
con grandioso monumento nella chiesa dei Monaci Olive- 

3 



•18 
risulta figlio di Giovanni Carlo il quale, dopo 
minuto ed esatte ricerche del conte Giorgio 
Giulini, ci vien dato da lui nelle Memorie spet- 
tanti alla storia^ al governo ed alla descri- 
zione della città e campagna di Milano, per 
figlio legittimo di Bernabò Visconti, antico si- 
gnore di Milano. 

Giulini non ammette il nostro Carlo per figlio 
legittimo di Giovanni Carlo, adducendo diver- 
sità del titolo usato da Donna Viviana nel 
nominarlo suo erede, e perchè alla morte di 
Filippo Maria Visconti , come discendente di 
Bernabò, né la Republica Veneta , nò altro 
principe, lo adoperò per escludere Francesco 
Sforza dal dominio di Milano. 



tani del monastero di Baggio , fuori della nostra porta 
Verceiliua, colla seguente iscrizione ornata dall' insegna 
dei Visconti e degli Scaligeri: MCCCCLVI clic TV septem- 
bris. Hic jacct spectabilis Domina Viviana Vicccomitissa 
filila magnifici quondam Domini Sacr amori Filii quondam 
illustrissimi et excclsi D. D. Dernabovis et uxor quondam 
magnifici Militis Domini Fregnoni Della Scala. 



Noi per lo contrario nel modo stesso con 
cui viene nominato nel testamento di Donna 
Viviana ed in altri atti , troviamo argomenti 
incontrovertibili a stabilire la discendenza di 
Carlo da Bernabò Visconti, e infatti in quel- 
l'importante documento vien chiamato dalla 
illustre Donna , Nobilem Virimi Carulum de 
Vicecomitibus filium quondam spectabilìs 
et Magnifici Domini Johannis Canili ; po- 
nendo così innanzi al nome i più onorevoli 
titoli, qualificandolo col cognome illustre dei 
suoi avi, e dichiarandolo esplicitamente figlio 
di Giovanni Carlo, accertato legittimo di Ber- 
nabò. 

Nei sigilli, nei documenti e nelle corrispon- 
denze diplomatiche col duca di Milano è sem- 
pre Carolus Vicecomes. 

Né meno è a valutarsi il vederlo omesso dal 
Litta nella sua grande illustrazione delle fa- 
miglie celebri italiane , mentre la mole e la 
specialità del lavoro scusano le inesattezze in 
cui possa essere incorso. 



20 

Così la prima memoria di lui si ha dal te- 
stamento di Donna Viviana, e quindi non va 
oltre F anno 1451 , e non 1455 come dà il 
Giulini (1). Dopo lo vediamo figurare nella 
storia lombarda, come uomo di alto senno e di 
provata prudenza; e infatti molte volte usato 
dal duca di Milano in commissioni difficili e 
confidenziali, ne uscì sempre con soddisfazione 
del suo signore, per il che ancor più entrò nella 
fiducia del duca, la quale mai non gli venne 
meno, e gli porse occasione a frequenti e molto 
onorevoli ambascerie, nelle quali il suo nome 
si fece illustre ed autorevole. 

Nel marzo del 1473 veniva nominato da Ga- 
leazzo Maria Sforza segretario e commissario 
ducale. Pochi mesi dopo è chiamato dalla con- 
fidenza del suo signore al disimpegno di una 
delicata missione. 

Un documento esistente presso l'Archivio Go- 
vernativo di S. Fedele in Milano, e cioè un'in- 
structio Caroli Vicecomitis data Belre- 

(1) Voi. VI, pag. 522, ediz. Colombo. Milano, 1857. 



21 

guardi, die XII junii 1473 — ci dice come 
Cicco Simonetta, a nome del duca, incaricasse 
Carlo Visconti di presentarsi al Consiglio Se- 
greto in Milano e annunciargli come egìi fosse 
stato precedentemente inviato con una lettera 
di pugno dello stesso Galeazzo Maria Sforza, 
e con un'altra scritta intieramente dal re Fer- 
dinando , a chiedere al duca Ercole di Fer- 
rara il conte Bernardo imputato d'omicidio, 

e che quegli invece alla presenza solenne dello 
stesso ambasciatore lo facesse decapitare im- 
mantinente. Né ragione di Stato , nò ami- 
chevole riguardo, né politica convenienza trat- 
tennero quel signore dal crudele misfatto. Que- 
st'oltraggio riuscì sommamente doloroso al 
duca di Milano, che s' aveva nelP animo di 
mantenere buone e strette relazioni col signor 
di Ferrara , ed anzi di onorarne magnifica- 
mente le nozze con una solenne ambascieria 
scortata da più di cento cavalli, e splendido 
corteggio. 
Cicco soggiunge nella sua istruzione, che se 



22 
il duca di Ferrara avesse almeno saputo mo- 
strare un qualche riguardo alle intenzioni del 
duca di Milano con giustiziare il signor conte 
Bernardo dopo qualche tempo e segretamente, 
senza il palese oltraggio al desiderio suo, sa- 
rebbe stato in lui anche minore il risentimento 
e più facile l'accordo. 

E così essendo la cosa , dovesse Carlo e il 
Consiglio avvisare 1' ambasciatore di Ferrara 
essere nella ferma volontà del signore di Mi- 
lano di non inviare la predisposta ambasce- 
ria alle nozze del duca Ercole; di mandare 
due suoi consiglieri a Don Antonio Calcinello, 
ambasciatore del re di Napoli presso il signor 
di Ferrara , per narrargli il triste fatto ; per 
fargli conoscere quali siano stati i primi frutti 
del parentado del re Ferdinando col signor 
Ercole (1), e rendergli palese insieme le ragioni 

(1) Ercole I , duca di Ferrara, Modena e Reggio, mar- 
chese d'Este, conte di Rovigo e signor di Coinacchi, 
sposò Eleonora d'Aragona figlia di Ferdinando, re di Na- 
poli. 



che giustificavano la volontà del duca Galeazzo 
Maria di annullare l'ambasciata; per lo che do- 
vean essere avvisati pure il vescovo di Parma, 

Don Giovanni Ludovico Azone Visconti e 

don Gervaso Vistarino , che la dovean com- 
porre, affinchè non facessero né spese, nò ap- 
parecchi. 

Si sa poi che Ercole, trovatosi in guerra coi 
Veneziani e con Sisto IV, e veduto inutile ogni 
tentativo per evitarla, richiese di aiuto e lega, 
oltre il suocero Ferdinando , il marchese di 
Mantova , i Fiorentini , i Bentivoglio di Bolo- 
gna, e anche lo stesso duca di Milano. 

Nell'interno del ducato le cose andavano al 
rovescio ; il duca Galeazzo amava troppo la 
magnificenza, e per essa profondeva tesori. 
Assai splendidamente aveva fatto mostra della 
sua grandezza in un pomposo viaggio a Fi- 
renze, trascinando per l'inaccesso Appennino 
dodici carri coperti di sargie d'oro, 50 pala- 
freni per la duchessa Bona di Savoja, altret- 
tanti per sé, bardati a oro; per guardia 100 



24 

uomini d'armi e 50 fanti, oltre 50 staffieri in 
seta e argento, 500 coppie di cani da caccia 
e senza numero falconi; sicché sommavano a 
non meno di 2000 cavalli; e la spesa a 20 
mila zecchini; sfarzo che parve eccessivo an- 
che a quell'età sfarzosissima. 

E invero egli aveva di che insuperbire, at- 
tesoché il re d' Ungheria e Boemia gli chie- 
deva un prestito; perfino il Soldano d'Egitto gli 
mandava ambasciatori ; il re di Francia Lui- 
gi XI, suo cognato, avea bisogno dell'esercito 
di lui; i Fiorentini gli davano un tributo; un 
nipote di papa Sisto IV gli promettea coro- 
narlo re d'Italia, se per suo aiuto ottenesse la 
tiara. 

Ma dentro mal ascoltava i savi consigli di 
sua madre Bianca Maria; atroce e beffardo, 
avaro e scialacquatore, contaminava e abban- 
donava le donne; ad una Lucia Marliana, che 
più seppe sedurlo, fé' regali appena credibili ; 
ai cavalieri della sua corte svergognava le 
mogli e le sorelle. 



28 

Intanto in non cale poneva gli interessi dello 
Stato, e i poveri cittadini immiserivano sotto 
il peso di enormi balzelli. 

L' importante documento diplomatico che 
qui produciamo, porge un'idea chiara -di quei 
tempi e segna un punto interessantissimo per 
la storia di Milano e del governo di Galeazzo. 
È ancora il nostro Carlo che figura nella ge- 
losa missione a Federico III imperatore di 
Germania. — Questa lettera lunga, minuziosa, 
piena zeppa di notizie e di progetti, tutta au- 
tografa di Carlo Visconti, è la relazione con- 
fidenziale ch'egli fa al suo signore di quanto 
udì, di quanto vide , di quanto seppe nel suo 
viaggio, e nei suoi rapporti coi grandi della 
corte, con varii potenti signori tedeschi e collo 
stesso imperatore. 

Incomincia la lettera con particolari ab- 
bastanza curiosi , perchè egli dice come do- 
vette correre dietro alla pista dell'imperatore, 
quasi cane dietro ad un cervo o ad un cin- 
ghiale; come l'avesse raggiunto a Monaco; 

4 



26 
come ivi si trovasse colla moglie del signor 
di Mantova , come ivi udisse Alberto , duca 
di Baviera, discorrere della dieta tenuta ad 
Augusta pochi mesi prima , nella quale prin- 
cipalmente s'eran trattati alcuni affari d'Ita- 
lia e s'era parlato molto male del duca di Mi- 
lano, contro cui si minacciava una guerresca 
impresa. 

Soggiunge d' aver veduto gli ambasciatori 
Veneziani i quali avean messo in giro le più 
tristi e strane cose sulle condizioni dello Stato 
di Milano e sulle costumanze del duca , coi 
quali Carlo Visconti s' adoprava a tutt'uomo 
per smentire 1' opinione che essi avevano del 
suo signore. 

Dice finalmente che, veduto da solo a solo 
l'imperatore, gli ha direttamente tenuto pa- 
rola dell'oggetto della sua missione, incomin- 
ciando dal narrargli come, preso e rovinato 
dai Veneziani un castello imperiale presso 
Trieste, dovesse egli respingere tosto l'ingiu- 
ria, nel che avrebbe trovato dalla sua tutti i 



duchi e i principi <T Europa e fra i primi il 
duca di Milano. Quindi chiese per Galeazzo 
Maria Sforza la desiderata concessione gene- 
rale di tutti gli antichi privilegi come erano 
già stati concessi al padre di lui. 

Nota come abbia da principio offerto a Fe- 
derico III solo 80 mila ducati per risparmiarne 
altri 20 mila, confidando molto sull'effetto che 
dovea produrre nell'animo dell'imperatore la 
notizia dell' oltraggio ricevuto dai Veneziani, 
e della servitù che in quell'occaso^ il duca 
gli offeriva. 

Accenna poi come l'imperatore si fosse mo- 
strato lieto di questo dono, con queste sin- 
golari parole: Elio faceva bocha da vino dolce 
et si lechava le labra. 

L'importanza di questa missione, l'esito fe- 
lice della stessa, posero il nostro Carlo fra i 
più illustri ambasciatori del suo tempo; e in- 
fatti circa un anno dopo, e cioè a'19 marzo 1474, 
fu incaricato di una nuova ambasciata all'im- 
peratore di Germania. 



28 

Nel 147G è in Bologna ambasciatore del duca 
di Milano a Giovanni Bentivoglio. 

In alcune lettere esistenti nella raccolta di 
autografi presso la direzione dei nostri Ar- 
chivi, date appunto da Bologna nel gennaio 
del 1476 e dirette al duca di Milano, si ha che 
nel giorno 6 gli annuncia la morte della ma- 
dre di Roberto Sanseverino (1). 

In altra del 21 si parla della promessa di 
Antonio Trotto di dare sua figlia per moglie 
ad Ercole Marascotto. 

Pochi giorni dopo fa conoscere a Giovanni 
Bentivoglio , signore di Bologna , le determi- 
nazioni ducali circa la provisione assegnatagli 
di 12000 ducati, perchè serva con 100 uomini 
d'armi bene in ordine e con 20 balestrieri. 
Soddisfatto il Bentivoglio da tale profferta, 
dichiarossi pronto a riformare la sua compa- 
gnia. In questa circostanza accenna al duca 



(1) Archivio Governativo di Milano , Registro di man- 
dati e procure. 



29 

che gli avrebbe spedito Giovanni Francesco, 
poeta, che era tra i meglio informati della co- 
sa, senonchè dubitava che di lui fosse stato 
malcontento. 

Troviamo Carlo Visconti in marzo e aprile 
ancora a Bologna. In due lettere di lui , pu~ 
blicate dal barone Federico Gingins La Sarra 
ambedue da Bologna, la prima ai 20 marzo e 
l'altra agli 8 aprile 1476, discorre della publi- 
cità data ad un dispaccio diretto dal duca di 
Milano al vescovo di Parma, con cui s'affrettava 
a porgergli la notizia della disfatta del duca 
di Borgogna, poco prima avvenuta, e mostrava 
rallegrarsene molto. Carlo dice di aver rispo- 
sto a quelli che apparivano sorpresi della cosa, 
che il duca suo padrone , supposto anche il 
caso che avesse delle ragioni segrete per es- 
sere soddisfatto della perdita sofferta dal suo 
alleato , era troppo accorto e prudente per 
non aver rattenuto nell'animo la sua gioia e 
non aver saputo in quella vece mostrare un 
sentimento contrario. 



30 

Accenna poi a diverse congetture del pu- 
blico oltramontano sopra gli avvenimenti po- 
litici che in quel momento s' agitavano dal- 
l'altro lato delle Alpi. 

Gli uni dicevano che il re di Francia avesse 
ridomandato a Galeazzo Maria Sforza, Genova 
e Savona ; e che S. M., a Grenoble, riunisse un 
gran numero di gente da guerra per passare 
con esse i monti. 

Altri invece che il re, sotto pretesto d' un 
pellegrinaggio , entrerebbe in Piemonte per 
sorprendere il duca di' Milano alla sprovvista. 
Finalmente altri ancora si fanno più innanzi, 
colla voce, che il re Luigi, il duca di Borgo- 
gna e la duchessa di Savoja siansi collegati 
contro il duca di Milano. 

Termina col dire, che tutti a lui si dirige- 
vano per intendere a chi si dovesse prestare 
fede nella tanta varietà di voci e d' opinioni, 
e che egli nelP aspettativa delle ulteriori 
istruzioni del suo signore si limitava a ri- 
spondere in conformità alla politica generale 
della sua corte. 



31 

Questo è pure l'anno che segna il termino 
alla vita ed insieme alla tirannide di Galeazzo 
Maria Sforza. — Aveva ben egli cercato il fa- 
vore dei nobili, che avviliti e disonorati, non 
sapendo più trattenere l'ira , fecero giustizia. 
Tre di loro, Giovanni Andrea Lampugnani, Ge- 
rolamo Olgiati e un Carlo Visconti , secondo 
il Corio, e secondo Donato Bosso, Carlo De- 
Maestri, abusivamente chiamato Visconte di 
Lanfranco , spinti da Cola Montano , bolo- 
gnese , congiurarono avanti agli altari co- 
me opera sacra la morte del duca , e nella 
chiesa di Santo Stefano, la mattina del 26 di- 
cembre 1476, lo trucidarono; ma essi stessi fu- 
rono uccisi dal popolo, che non di rado odia 
i tiranni e chi ne li libera. 

Bona, regolata dai consigli di Cicco Simo- 
netta, segretario di accortissimo senno e lun- 
ghissima esperienza, seppe in quel frangente 
mantener la quiete e conservare il dominio a 
Galeazzo, fanciullo di sei anni, e, per quanto 
lo Stato fosse decaduto dalla floridezza e dal 



32 
credito che godeva sotto Francesco Sforza, e 
sciolto l'esercito e fiacca la politica, essa po- 
tè rimettere qualche ordine. Se non che la 
reggenza le fu disputata dai cognati, che con 
lunghi intrighi riuscirono a mandar al pati- 
bolo Cicco Simonetta e allontanare da Milano 
e dal governo dello Stato la stessa duchessa 
Bona di Savoja. La quale partita ai due no- 
vembre del 1480 e pervenuta ad Àbbiategras- 
so, mentre facea le necessarie disposizioni per 
continuare il suo viaggio verso il Piemo nte, le 
furono fatte fervorose istanze per parte del 
figliuolo, perchè volesse rimaner quivi, ond'es- 
sere a lui di conforto e di consiglio. 

Il Corio e gli altri storici che parlano di 
questo avvenimento affermano che la duchessa 
fu dalla forza costretta di rimanersi ad Ab- 
biategrasso. 

Che che sia, appena partita, e cioè il giorno 
dopo, il giovine duca elesse solennemente a 
suo tutore e governatore dello Stato Lodovico 
Sforza, duca di Bari, detto il Moro. Nello stru- 



33 
mento che fu rogato da Antonio dei Girardi, 
notaio publico, tale elezione si accompagna 
con espressioni di lode e di confidenza del 
nipote verso lo zio , affermando il duca che 
con ciò adempiva ai voleri del genitore , il 
quale nel suo testamento avea disposto che in 
mancanza della duchessa Bona, fosse tutore e 
curatore del suo primogenito il fratel suo Lo- 
dovico. Tutto ciò noi sappiamo da una lun- 
ghissima lettera del duca di Milano, scritta al 
nostro Carlo Visconti il quale, dopo aver eser- 
citato per alcuni mesi la carica di segretario, 
era rimasto poco tempo a Roma (1478) come 
oratore ducale presso quella sede pontifìcia, 
ed ora (1480) era in Francia suo ambascia- 
tore alla corte del re cristianissimo. 

In essa il duca dice come: «Il dì seguente 
(cioè dopo la partenza da Milano della du- 
chessa madre), convocati li nostri consiglieri 
per examinare le cose necessarie al regimento 
dello Stato nostro, omnium consensu, fu con- 
chiuso bisognare per la età nostra minore 



34 
darne un tutore, ad convalidatione de molte 
cose importantissime, quale rechedono la pre- 
senta et consentimento del tutore; et perchè 
lo illustrissimo quondam Signor nostro Pa- 
dre, nel testamento quale fece alcuni anni ante 
mortem, ordinò, occorendo il caso ce bisognasse 
tutore, recusando la Ex.tia di Madonna nostra 
Matre la tutella , si dovesse dare all' illustre 
signor Ludovico Maria Sforza nostro barba, 
etiam intervenendo tutte l'altre digne parte fu 
deliberato darglila, et cusì Sua signoria la ac- 
ceptò, del che restamo ogni hora più con- 
tenti et meglio satisfacti per lo singulare 
amore quale ne porta esso nostro barba, etc. » 

Così, Ludovico Sforza, più scaltro degli al- 
tri, seppe ridurre le cose in mani proprie, do- 
minando a nome del duca e coli' intento di 
perderlo e regnar poi da solo. E poiché pre- 
vedeva gli si opporrebbero gli altri signo- 
rotti italiani , pensò dar loro occupazione in 
casa, sollecitando Carlo Vili di Francia ad 
acquistar il Napoletano. 



Sceso questo , Lodovico accelerò la morte 
del giovane duca e gli succedette; P impera- 
tore lo confermò , e i Milanesi gli applaudi- 
rono. 

Di Carlo Visconti non sappiamo altro ; in 
ogni modo, in quelle molteplici incombenze , 
nelle svariate combinazioni dei tempi, e nello 
strano succedersi di avvenimenti, di sovrani 
e di governi, egli seppe sempre mantenersi 
fedele e devoto al proprio paese. 

Milano, febbraio 1867. 



DOCUMENTI 



1470 ~~ 17 Agosto. 

Relazione dell'Ambasciata 

(Dall'autografo esistente nella mia collezione). 

Ill.mo ed Ex.mo Signore mio. Per doe altre mie luna 
de XVII laltra de XVIII, del passato date in Monacho 
quale lassai ad domino Baldassare da Castiglione quale 
sonno certo le haveva drizate bene, la V. Ecellentia 
bavera inteso ci camino mi era bésognato fare per ha- 
vere trovato che lo Imperatore era partito dal paese suo : 
et come per seguire la pista sua era capitato ad Mo- 
nacho: et li haveva ritrovato la mogliere del signor 
d. Federico da Manthoa etc. et de quanto haveva 
havuto ad dire al duca Alberto de Bavera signore de 
Monacho de le parole erano state usate fra questi si- 
gnori de Alemmagna ne la dieta già circa quatro mesi 



40 
passati celebrata in Auspureh cioè de volere assestare 
queste cose, et differentie di qua, et poi volere fare 
qualche Impresa in Italia, et maxime contro la S. V. 
come inimica del Imperatore et che indebitamente 
tene occupato quello Stato de Milano. Questo mede- 
simo ancora per il camino essendo in varj rasonamcnti 
cum luy più diffusamente ho inteso : et come Venetiani 
gli offerivano dare passo ed adjuto et guidarli lor 
stessi. A dì XXVII del passato agionsi limpcratore che 
si era fermato in Bada presso la sorella et per essere 
li bellissimi bagni: dove e stato parecchi giorni non 
posseti fare che subito non fosse cognosciuto: per che 
sonno qua molti doctori facti da poco tempo in qua 
in Pavia et altri che praticano di la, che per essere 
vestiti alla lombarda mi posero gli occhi più fìssi 
adosso et mi cognosccrono : mi sonno ascosto quanto 
ho possuto, et fìngeva che al presente stava col duca 
de Ferrara. 

Ilo trovato che per Venetiani cum soi messi et am- 
bassatori erano sparse le più stranie cose, et la più 
sinistra fama del mondo de la S. V. cioè che non fuo 
mai in Milano el pegiore Signore ne più superbo ne 
più intollerabile, et che non haveti subdito o picholo 
o glande che se sia che prima non volesse bavere el 



M 
diavolo per Sig.re che Vui, perche gli strazati, robati 
et gravali tanto che non gli resta tanto pane che gli 
basti ad saziare la fame, et enei Sig.rc vostro patre 
haveva agionto molte gabelle, et vuj di novo haveti 
caricato la soma: et molte altre cose per modo che 
gli era stato persuaso, che non bisognava se non che 
lusserò ducento cavalli, che venessero in Italia et al- 
zassero una pertica cum suso la insegna sua, che tutti 
si rebellariano : gli pareva già de havere in pugno 
el Stato vostro : elli volevano partire i brocati cum le 
lanze et misurare i ducati cum le celate. Et ben che 
in ogni cosa siano lenti et tardi: nondimeno ad si- 
mile novità si movono senza consiglio alcuno, dove 
sia speranza de guadagno: Cursumque furoris Teu- 
tonici dice Lucano, et molte volte ho legiuto che ad 
tempi de nostri magiori hanno messo grande tumulto 
et grande foco in Italia: et per picole et legiere in- 
formatione hanno preso larme, et pigliato de le imprese : 
che poi subito se ne sono pentiti, et sono stati i primi 
che hanno hauto rota la testa. Io mi sono ingignato 
cavarli queste fantasie del capo et divertire questo 
humore : et pagare Venetiani di quella medesima mo- 
neta che hanno voluto dare ad vuj : et cum molte ra- 
sone li ho confutato queste cose, et fattogli intendere 



42 

che è el contrario, et che sonno sogni: et che tutti i 
vostri subditi che vogliono vivere bene sonno in ma- 
giore pace et magiorc felicita et più richi et più con- 
tenti che fossero mai, et questo chiaramente si pò 
comprchendere che ognuno hedifica veste et vive 
splendidamente come signori: et che non solo haveti 
accresciuto gabelle, ma haveti minuito quelle gli erano: 
et in tutto levatine alcune: et che se le nostre isa- 
belle gli pareno magiore de le sue, che considerino che 
ancora le mercantio, l'industria, le possessione et En- 
trate sono assai magiore de le sue in modo che non 
ne pesano quanto che credono ne le sentiamo: et che 
e vero che la vostra Sig.a ha castigati alcuni che fa- 
cevano de le cose malfacte, et che ad questi anchora 
haveti usato clementia, et non haveti dato loctavo de 
la pena che meritavano: oltra questo gli ho facto ve- 
dere la Immanità, et liberalità vostra cum (pianti Si- 
gnori capitano da lei et la possanza ha\eti, per terra 
et, per aqua: gli ho posto inanti agli oclii quante nave 
grosse quante galee et galeoni haveti el numero de 
le gente darme et de li capitani et come sonno armate le 
gente vostre, et come i subditi vostri che sonno boni 
se mangiavano limo laltro per amore de la Ex.a V.a 
et molte altre cose li ho dicto che saria tropo longo 



43 

scrivere, in modo che mi pare haverli levato questo er- 
rore. Et molti che vi erano inimici et vi havevano 
exoso per questa opinione, adesso pare che tropo vi 
siano affezionati: fra laltri questo duca Alberto da Mo- 
nicho vi dimonstra grande amore: et ho inteso che 
in alcuni rasonamenti ha usato multe parole in co- 
mendatione vostra: elio ha grande credito in questa 
Corte et e molto amato et reputato savio fra costoro, 
et chiaramente comprendo che lo Imperatore fa grande 
stima di Lui. 

Da D. Johanne Reben segretario del Imperatore ho 
inteso corno non e molto tempo che si ritrovarono 
alla corte uno ambassatore del Re Ferdinando : et uno 
de Venetiani che molto se stringevano insieme, et chel 
Venetiano hebbe in molti lochi ad dire de stranie cose 
contra Vuj, et che non hera signore che vi potesse 
comportare, che ad tuti dati de calzi: et si avan- 
tava che Re Ferdinando haveva facto legha cum loro 
et lassato la S. V. perche non poteva vivere cum lei, 
et chel matrimonio era dissolto et haveva dato la fi- 
gliuola ad un altro: elli se credevano che fosse data ad 
uno vostro figliuolo: li ho facto intendere ad lui et 
molti altri che la lega ha facto el Re cum Venetiani, 
solo e ad mutuam statuum defensionem contra Tur- 



44 

chos, et che per questo non si e mosta la legha ha 
cum la V. E. Alla parte del matrimonio li ho resposto 
che era stato rasonato et praticato fin che viveva el 
Signor Vostro Patre di darla ad uno de vostri fratelli 
et che io non sapeva già i vostri secreti: ma che 
ognuno che havesse qualche cognitione et judicio del 
mondo judicaria più presto che questo lhavesse facto 
el Re et vui a bon fine, et accio che mai non havesse 
ad essere casone de discordia alcuna fra vui, et che 
molte volte se e veduto i fratelli essere stati casone 
de grande turbatione ahi stati per bavere qualche 
grossa sponda et appogio: li e parso assai verisimile. 
Et perche questi Venetiani hanno cercato cum quante 
vie hanno possuto tirarvi questa ruina et torrente de 
Allamagna alle spalle, mi sono ingignato se pur elio 
ha mai ad correre, Lutarlo et farlo ritornare adosso 
loro : et havendo inteso essendo in Friuolo venendo in 
qua corno Venetiani havevano preso et tolto uno passo, 
et uno castello al Imperatore presso de Triesti et ha- 
vendo trovato che qua ne erano sdegnati, ho tanto 
accresciuto questo foco, che non se smorzara di qua 
ad molti mesi : et cum le rasone intendereti ho dicto 
de sotto al Imperatore et eum de laltre in modo che 
gli ho messo il diavolo in testa : et una brigata de ta- 



vani sotto la coda che non li lassano riposare . si mo- 
reno tutti de rabia de voltarsi contro Veneziani, et pre- 
gano Dio che lo Imperatore prenda qualche bono ac- 
cordo cum Vuj per meglio poterli punire et stringere '. 
elli sono adesso tutti vostri partesani. 

Gionto che foi alla Corte, el duca Alberto disse al 
Imperatore come io li voleva parlare ad lui solo: mi 
fece respondere per esso, che volesse ripossare tre o 
quatro dì, et poi mi olderia: esso duca si fece male 
ad una gamba, in modo che non poteti per alcuni 
giorni andare alla Corte. Io instava per via de uno 
suo camerero che mi volesse oldire: mi mando ad 
dire per D. Johanne Reben suo secretano, che se io 
li haveva ad dire alcuna cosa de la vostra Investi- 
tura che non mi voleva oldire se non in presentia de 
questi Signori sonno alla Corte, accio non paresse che 
li volesse excludere, et sì guardarsi da loro: et che 
quando io voleva cossi doveva venire in altro habito 
che de lombardo : che non saria cossi stato cogno- 
sciuto: et che già si era inteso chio era. Io li fece 
respondere che haveva in comissione da vuj de 
dire ad lui solo quello haveva ad dire, et che li ha- 
veva principalmente ad dire cose che tochava ad lui : 
et poi ancora gli parlaria de la vostra Investitura: 



46 

et che sapeva molto bene chel non haveva ad temere 
ninno: ne era alchuno chel potesse sindicare; elio vo- 
leva che le cose del Investitura le dicesse publice, le 
altre in privato. Infine fece tanto chel rimase contento 
de oldirmi: et che solo gli fosse el vescovo de Ma- 
guntia : perche da uno di casa sua haveva inteso chel 
fuo in studio ad Pavia alcuni anni: et chel ve molto 
affetionato: et per quello medesmo gli fece dire che 
la S. V. mi haveva commisso che se llmperatore non 
mi voleva oldire solo, dovesse investigare se Lui era 
alla Corte: et non dovesse acceptare che altro gli in- 
tervenesse che luj: perche havevati speranza in la 
S. sua chel abrazaria caldamente le cose vostre. Doppo 
questo io foi menato anchora molli giorni, che non 
vidi pur llmperatore, elio stete sempre chiuso: domane 
domane mi era resposto, per medo che mi rabiava. 
In fine io scripse una lettera ad D. Johanne Reben de 
la quale mando una copia qui alligata alla V. S. ac- 
ciocché la intenda el tutto : se non gli parira de ve- 
derla: ella poterà mandare dove clic e degna de an- 
dare, questa lettera fuo facta vedere al Imperatore 
forse per qualche stranio stampo , et garbo de letera. 
La vigilia de Nostra Dona llmperatore ussida casa per 
andare ad una chiesa li vicina ad oldire el vespero: 



47 
Io era dinanti alluschio de la sua guarda camera: elio 
ussiti cum alcuni signori: io noi cognosceva: ne cre- 
deva chel dovesse venire mora: alle parole sue solo 
mi avidi chi era: come mi vide esso si rivolto verso 
me: et cum viso molto piacevole mi disse: Ego ridi 
imam vestram litteram; volo vos audire hoc sevo. Io 
stetti ad Corte fin meza nocte. La S. M. era in consi- 
glio cum alcuni signori,, se tractava lacordo del Pa- 
latino : In fine mi fece dire chera troppo tarda hora et 
che dovesse ritornare el dì seguente: et cossi hebbi 
audientia : et per captare magiore benevolentia fece 
el fondamento sopra la novità havevano facta Vene- 
tiani, et dimonstrai che la V. Ex. principalmente mi 
havesse mandato per quella rasone: et anche perche 
gli parlasse del facto suo. Et accioche la V. S. possa 
fargli el comcnto et interpretarle come gli pare , ho 
deliberato scriverli tutte le parole chio usai: et quelle 
clic luj rispose. La matina de la festa de Nostra Dona 
la S. M. andò alla Chiesa: et li oldite molte messe et 
officij al modo suo, quando ritorno, io el seguite: et 
doppo fuo dimorato un podio in camera mi fece di- 
mandare, et oltra che in chiesa mi havesse sporto et 
tediata la mane de novo me la porsi : ed io cossi co- 
minzai ad dire.: 



48 

Invictissime Cesar. Dominus meus jussit me adire 
Maiestatem tuam ut debitam illi prò eo cum ipse non 
possit reverentiam facerem longe tamen jocundius : 
gratiusque sibi foret si daretar occasio qua Mayestatem 
tuam intueri, coramque alloqui ac venerari posset : sed 
cum sibi in presentiarum id denegatimi sii: nonnulla 
michi mandavit que Majestati tue nomine suo refer- 
rem: ea cum sint piena fìdei amoris ed ardentissime 
devotionis Domini mei erga Majestatem tuam, ut ar- 
bitror sercnitati tue jocunde et grata erunt: he sunt 
littere mee credentiales quas ubi tua serenitas legerit, 
tunc exponam que mihi mandata sunt: redditis lit- 
teris illisquc ab co perlectis cum me dicerc jussisset, 
rursus sic orsus sum. Dominus meus quantum plus 
potest se tue serenitati commendai; cujus cum scm- 
per fuerit optimus servitor, statuerit que quoad sibi 
vita supererit in hac eadem mente et dispositione per- 
sistere et perseverare, Maiestatemque tuam prò domino 
suo recognosccre, quemadmodum illam existimat e( 
esse gaudet diuque fore optat, decrevit nulla media 
persona aut ullo intercessore cum eadem uti:sedmc 
misit duabus de causis. Primum ut illi signifìcarem et 
aperirem molestiam et indignationem quam concepit 
ubi ad eum delatum est. ei nunciatum Venetòs ne- 



glecta et contempta penitus Maeslato tua cxpugnasse 
quoddam oppidum Serenitatis tue prope triestinam 
urbem positum et licet exiguum admodum, nec multi 
faciendum esset dolet tamen Cesaream Majestatem 
ledi et imminui: Venetosque tam impudenter illam 
lacessere audere. Dedicavit et devovit jam pridem 
Dominus meus Majestati tue et personam et statum 
et res omnes suas, nichilque sibi reliquit , quod non 
magis Majestatis tue quam suum esse malit; et licet 
Ola per se satis superque virium habeat non modo ad 
propulsandam et repellendam hanc injuriam, sed ad 
ultro etiam inferendam, tamen ut officio boni servito - 
ris utatur: hsec eadem denuo sibi offert polliceturque 
omnia intrepide, et sine ulla cunctatione se espositu- 
rum in omne decus et amplitudinem Majestatis tue, 
et ad tuendam dignitatem Cesaree Majestatis. Hec 
Dominus meus, a me ipso quin hec dicam continere 
me non possimi. Multos liabet scio Majestas tua ser- 
vitores, Duces, Principes, Barones, et Potentes Domi- 
nos, qui Majestati tue parent, et qui dicto ejus obe- 
dientes sunt, videnturque sibi magis suppositi, et qui 
armis, viris, et equis abundant. Illud tamen ausim di- 
cere neminem Majestatem tuam haberc cui fide et 

devotione erga majestatem tuam dominus meus cedere 

7 



m 

debeat: si vultum et verba ejus inttieretur cum de 
ea loquitur ardoremque devolionis ejus erga illam, 
menlem enim os hominis aliquando clarius demonstrat 
quam verba: profecto hoc idem quocl dico, ita esse 
Majestati tue videretur. 

Secunda propter quam me misit causa fuit ut Ma- 
jestatem tuam orarem, obsecrarem et obtestarer digna- 
retur sibi privilegia sua concedere in ea forma quam 
felicis memorie Princeps Genitor suus: ctpostobitum 
ejus ipse a Majestatc tua pctierunt. Si Majcstas tua 
precibus ejus annuet et sibi morem gesscrit, ut Ma- 
jestas tua intelligat illum minime ingratum esse co- 
gnoscatquc quam iocundum et gratum hoc sibi fu- 
turum est offert et pollicetur Majestati tue munus 
octuaginta mille ducatorum persolvendorum in duobus 
annis proxime futuris, videlicet medictatem in anno 
1474 et altcram medictatem, anno 1473 in et de hoc cau- 
t.ani reddet Majestatem tuam, et litteris manu sua sub- 
scriptis et publicis documentis , et alia quacumque 
via Majestati tue libuerit. Est preter lieo contontus 
quocl in privilegio , aut in instrumento hecc adclatur 
clausula, quocl si in tempore statuto non integre pre- 
stami et observabit que pollicetur: quocl privilegia sua 
irrita sint et nullius roboris, nullumque penitus sor- 



tiantur efiectum. Si he co'nditiones Maj estati tue placent 
mcntemque miclii suam aperiet, remittam ad dominimi 
meum unum ex bis qui mecum sunt, ut has quas dixi 
cautiones ad me deferat. — Signore mio, se al presente 
non li ho offerto se non octanta milla ducati , prego 
che non se meravegli: perche sempre quando noi 
possa condurre cum questi gli poterò agiungere gli 
altri XX.m, etad lui parira haverli trovati, et se al primo 
tracto gli ne havessi offerto cento millia haveria cer- 
cato condure la cosa ad cento venticinque, overo cento 
cinquanta millia. Io vorria vedere se cum questa no- 
vità de Venetiani et cum queste mie parole vi potesse 
sparmire XX.m ducati: faro quanto poterò. 

Al viso et ali ochi cognobbi che niuna cosa gli pò- 
tria essere stata più grata, che intendere la Vostra 
signoria havermi principalmente mandato per el sde- 
gno et molestia havea hauto : che Venetiani havessero 
presumito fare questa novità contro lhonore de la 
M.ta Sua: pareva che tutto se raserenasse et che 
troppo goldesse ad oldire. Similmente compresi che la 
offerta de li dinari gli era piaciuta : elio faceva bocha 
da vino dolce et si lecava le labre. Pur quando ri- 
chedeti termino doi anni, et vidi che al presente non 
li voleva dare se non papero: mi parsi chel facesse 



U. DF ILL I 



52 . 
el viso un podio crespo: et facesse un volto come si 
fa quando viene un podio de odore di ranzo, et pero 
per fricarli un poco di novo le gingive cum questi 
sancti et benedica ducati gli agionsi queste parole et 
dissi cossi. 

Oro, Cesar, Majestatemtuam,ne Illa consideret quod 
brevis sit prolatio octuaginta mille ducatorum ; vix in 
tribus diebus recenseri et numerari poterunt; si quis 
hic illos sterneret ingens profecto acervus vidcretur, 
et qui satis esset ad explendum puteum non nimis 
tamen profundum. Multa regna esse arbitror, que si 
venalia essent emptoremque reperirent non majore 
auripondere venderentur. Illud etiam Serenitatemtuam 
queso : ne deterreri et se retrahi patiatur quin domino 
meo gerat morem ob tam breve temporis spati um 
quod petiit: cito hi pauci menses cvolabunt: brevi 
momento labentur : jam pars eorum, dum loquor effugit, 
dies diem impellit, rursusque illa trahitur et a sequenti 
impellitur: undas pellagi, cum furit Boreas, imitan- 
tur. Fingat M.as tua se hoc aurum in erario et scri- 
niis suis habere, ut se liabere existimare potest, et per 
hoc breve tempus domino meo mutuo dare accipiet 
hoc benefìcii loco: idque aliquo novo munere in fu- 
turum computabitj officio quantum potest se vinci non 



patitur, beneficia queaccipit multo cura foenore reddit 
fertillium more agrorum : non erit hic finis munerum 
suorum sed principium: novi ego ejus animi magni- 
tudinem. Cupit ctiam esse aliqùid in arbitrio ejus po- 
situm, ne omnia coactus fecisse videatur et non heredi- 
taria et innata libèralitate ad id compulsus. Utetur sem- 
per Majestas tua prò ejus arbitrio et Domino meo et 
rebus omnibus suis: non secus ac illis que magis in 
tua potestate esse censentur. Si tante rei idoneus 
esserm. sponderem in meque reciperem, meque vadem 
et fìdeiussorem constituerem Majestatem tuam si id 
egerit, nullam in futurum hanc ob causami penitentiam 
habituram, sed majorem in dies hac de causas volupt a- 
tem joumdioremque fructum percepturam. — Se gli 
posso pur cavare questi benedicti privilegi da le mani 
sempre, se pur richedesse cosa alcuna, si trovara gran- 
dissima copia di scuse de pascerle de quelle mede* 
sime et infinite delationi che loro sogliono far laltri. 
Dopo questo la S. M. mi fece questa domanda et disse. 
Dominus vester optat valde habere sua privilegia? Io 
li resposi : hec est secunda causa, Cesar, propter quam 
me misit: et quantum ego cernere possum due cause 
sunt que desiderium ejus incendunt; prima ut omnis 
christiani Principes intelligant quod Majestas tua illuni 



54 

inter eos servitores annumera t qui sibi cari sunt et 
jocundi : Multum etiam laudis et glorie quarum cupidis- 
simus est sibi accessurum putat si omnes intelligent 
illum a Cesare : et domino suo diligi et amari. Id nullo 
argumento clarius cognosci poterit quam si majestas 
tua sua illi privilegia concesserit. Altera est causa: 
ut inimicis suis qui iidem Majestatis tue inimici sunt 
doleant oculi : et dies noctesque urantur sintque quietis 
penitus expertes: ut Hercle erunt cum hec intuebuntur. 
Io non voleva chel si fosse dato ad credere che vui 
fosti a qualche duro et stretto passo, et chel vostro 
stato fosse in qualche grande periculo se vui non ha- 
vevati questi privilegi de mettere suso una lanza ad 
modo de uno stendardo contro vostri inimici, et che 
ne volesti fare uno reparo alle vostre confine con tra 
le bombarde, et che per questo volesse stare più sul 
tirato: Ma in vero cum viso assai piacevole et cum 
crolare et movere un podio la testa dimostro che 
questo gli piacesse et fosse grato. 

Vedendo che non diceva niuna cosa più ultra per 
non perdere tempo, havendomi già fabbricato non so 
che nel cervello et anche messo in scripto, et deli- 
berato de temptare el guado, et se ritrovava laqua 
chiara, de caciarmi ne lalta: et comprendendo che 



troppo gli delectava quando pungeva Venetiani, et 
cognoscendo ancliora che quanto più il faceva inimi» 
cho ad Venetiani, tanto più el faceva benivolo ad vui 
perche seti Robecho a riscontro de Ponlevico, come 
dicono le done de Milano: et anche per darli tante 
speronate, che un mese de longo mi havessero ad do- 
lere le calcagne come bisogna fare a cavalli fredi 
et lenti, et che hano la pelle del ventre dura. Dissi 
cossi : 

Cum ad M.tem tuam me Dominus meus destinaret, 
jussit ut iter facerem per terras et civitates Veneto- 
rum, ut exquirerem et explorarem quid rerum ibi 
gereretur, et de bis quas predixi rebus diceretur. Jam 
enim fama hujus rei cunctas fere Lumbardie terras 
pervaserat. inveni dementes illos efferentes se et ja- 
ctantes, non secus ac si toto Asie imperio potiti essent. 
Non ita exulta vii Paris cum raptam Helcnam adve- 
heret, que patri et patrie exitio futura erat: et propter 
quam superbum Illium casurum erat, ut Veneti ex 
hoc oppidulo expugnato faciebant, quod ut auguror 
max imam est illis cladem allaturum. Aiebant preterea 
illustrissimum excellentissimum et potientissimum Du- 
cem Venetorum edixisse et publicari jussisse cuicumque 
se daturum tria millia aureorum: qui Antistitem sive 



50 
Episcopum Triestinum interemisset quinque vero millia 
illi qui vivum daret: Jnhibuisseque ne quisquam sai 
triestinum ad aliquem locum veliere auderet:jam do- 
mini maris facti sunt et Neptuno ipsi regnum omne 
suum tridentemque e manibus et omnia que in pel- 
lago hactenus jura habuit eripuerunt. Ex bis M.tas tua 
colligere potest, et clare perspicere quam sit contem- 
ptui feedéssimo buie nominimi generi: et quantum se- 
renitatem tuam ex ilio sublimi solio suo despiciant qui 
subditorum suorum capita limitari et auro mercari, 
emereque velie, nec verentur, nec crubescunt, et eorum 
quidem hominum quorum servi adhuc esse possent. 
Cimi arguerem illos neque cnim sino stomacho et in- 
dignatione audire poteram: quod ita impudentcr de 
M.te tua obloquerentur: essetque miebi necesse bec 
eadem in omnibus fere locis audire diceremque, M.tcm 
tuam poenas ex illis sumpturam, nec passuram liane 
notam fronti sue et totius Germanie inuri. Illudebant 
me et magnos ebachinos edebant meque, delirare aje- 
bant qui arbitrarer Dominimi! Venetorum M. tem tuam , 
aut vires Germanie extimescere: bis addebant seTri- 
visium urbem tuam tenere, et superiore bello triestino 
iam circa decennium confecto se alia duo oppida Ma- 
jestatis tue, vi et armisin potestatem suani redegisse: 



57 
et adirne possidere Majcstatemque tuam satis habuisse 
reliqua retinere et hec sibi concedere. Cum michi illuni 
dcmulcerc viderer et pruritum ejus perfricare : cogno- 
secremque me ventura secundum habere; effudi me 
et laxavi habenas dixique: Jam tantos sibi spiritus 
tantamque insolentiam et petulantiam sumpserunt, ut 
non ferendi ulterius videantur. Et si Maiestastuaillorum 
temeritatem compescere et choercere voluerit, nullo 
profecto commodiore nec magis idoneo instrumento 
uti posset quam Domino meo. Is licet solus tot belli 
duces et capitaneos peritissimos , tot fortissimos mili- 
tes et veteres illos sfortianos, qui numquam vinci di- 
dicerunt, tot naves ingentes onerarias, tot triremes, 
tot galeonos habeat qui satis essent ad illos oppri- 
mendos et obruendos: tamen quocumque se vertit 
bellum secum trahit et Regem Ferdinandum, et Flo- 
rentinos et Bononienses Senenses et Lucenses veteres 
amicos: Marchiones Mantue et Montis ferrati, et ple- 
rosque alios potentes dominos qui sub eo merent et 
oberati sui sunt, et ab eo conducti et stipendiati : hi 
omnes majore odio Venetos prosequntur quam turchos. 
Que enim amicitia , aut amor esse posset inter veros 
rectos et nobiles principes et has optimas quas com- 
memoravi Respublicas: et hos superbissimos rapaces 



58 
crudelissimosque tiramnos: qui non virtute, sed dolis 
et fraude nituntur. Non est liec Respublica, sed col- 
luvio gentiam et foedissima totius mundi proluvies: 
nati fere omnes sunt: ex barbaris, Indis, Seytis et 
Mauris quos domi serviendi causa relinqunt cum in mer- 
caturam profìciscuntur: et tamen soli sibi nobiles esse 
videntur etob id ita subnixi et turgidi ambulant: omncs 
prae se contempnunt: inepti, et scelerum furiis agitati 
quam se ipsos amant absque ullo prorsus rivali. Cineam 
Pyrri Epirotarum regis legatum quondam Romani 
venisse audio: dominoque suo retulisse se regum 
civitatem vidisse. Veneti vero civitatem suam Domi- 
norum civitatem appellant. Credo Majestatem tuam Ve- 
netiis et in aliis suis locis vidisse depictum lconem : 
quem prò Deo colunt anterioribus pedibus terras, pò- 
sterioribus, vero maria calcantem prementemque. Quid 
hoe portendere velit, et Majestas tua et omnes conji- 
cere possint. Profecto minantur buie sceptro quod Ma- 
jestas tua in manibus gerit, persuaseruntque sibi ali- 
quando affore tempus quo rerum omnium potiantur : 
ut quondam Romani : sed bercio eadem est facies re- 
rum: que isti agunt et Romani quondam factitarunt: 
eosdem belli duces eosdem cives et milites easdem 
legiones urbana?, et illi habuerunl eadem fide et con- 



59 

stantia erga socios usi sunt: ubi sunt queso illi Fabij 
Dccii, Curtii,Catones,Horatii, Marcelli, Camilli, Scipiones, 
et innumerabiles alii quos longum esset recensere : 
et tamen et deos et homines pariter spernunt, nemi- 
nem in terris sibi parem esse arbitrante, neminem 
reperiri censent, qui vires suas sustinere possit: sed 
quam falsi sint et quanto in errore versentur cognosci, 
et intueri potuit quotiens contingit illos cum sfortianis 
militibus congredi nianusque eonserere: semper enim 
inferiores, et saepe omnibus rebus exuti discesserunt, 
adeo fatale est illis vinci: quod si daretur occasio quod 
vincere possent, nec seirent vincere, nec auderent, 
ut omittam que felicis memoriae Princeps domini mei 
genitor gessit: nemo enim est qui ea ignoret sublato 
eo ex humanis: cum in Flaminiam sive IJtomandiolam 
irrupisset impetumque fecisset Barthqlomens ille ille 
Coleonus ingens fulmen belli, et alter Marcellus: Vide- 
returque celum terris, et terras coelo confundere et mi- 
scere debere. Dominus meus, qui tunc in dominio novus 
erat, nec dum tantum robur, tantasque vires, ut nane 
habet, tunc habebat: occurrit et se opposuit illi furenti, 
vesaneque bellue quam vero belle compescuit et co- 
hercuit illum ; et quam infamis foedusque et fuge similis 
fuerit reditus ejus: et quam turpiter se recepit unde 



60 

discesserat, et Majestas tua et omnes norunt, donec in 
castris fuit : numquam prodire in lucem aususest:et 
qui terribilis esse debuerat mirum in modum territus 
est, delitescere non erubescebat sub moenibus faventine 
urbis, illisque se tuebatur. Dominus meus copias suas 
ssepenumero prò castris constituit, inaciem eduxit et 
sibi equam potestatem pugnandi fecit , ille proelium 
semper detrectavit, suamque suorumque virtutem cx- 
periri nunquam est ausus. Demum cum Dominus 
meus Florentiam contendisset Bartholomeusquc, se in 
patriam proripere vellet Comes Urbini qui tunc sfor- 
tianis praeerat fugientem illuni adortus est, maximam- 
que illi cladem attulit, multos eorum interemit innu- 
merabiles saucios reddiclit, campos omnes illos ubi 
constiterant sanguine eorum aspersit irrigavitque, hic 
exitus fuit profectionis ejus, ha}c spolia ex hostibusdc- 
victis fugatisque: hos triumphos hec trophea ex illa 
expeditione sua retulit, et tamen Veneti adhuc quiescere 
non possunt: aliena semper appetunt, novis semper 
rebus studenti impietatem exercere summam pieta- 
tem putant, alienis semper imminent et inhiant : exple- 
bitur potius Scilla et Caribdis quam rabies eorum, ac sitis 
satiari possit: semper plura cupiunt, quo plura suam 
congesserunt in alvum, et ab his rursus majora cupere 



(il 

disciint, proximam quamque perfidiam instramentum 

sequentis esse arbitrantur: natos illos ego arbitror ex 
arpiis, ita aduncas manus habent semper aliquid dolo 
rapiunt: tunc demum de pace agunt: et tamen rapta 
numquam dimittant. Parvum admodum et brevem in 
mari piscem esse audio: polipum appellant qui naves 
retinet et moratur, nec inde vivus avelli potest; hos 
ego omnes polipos esse arbitror, sed spero ultores 
adesse deos et numina sua totiens ab illis lcesa vin- 
dicaturos : proditionibus et fraude plusquam punica 
potentes et divites facti sunt, sed arbitror illos in su- 
blime aliquantulum evectos, ut graviore lapsu ruerent 
secundas ilìis aliquamdiu res: impunitatemque scele- 
rum dii concesserunt, ut ex commutatione rerum gra- 
vius dolerent: nulla natio est in terris que magis 
digna sit cui omnia dementa vietimi negent; non 
illi percussa foedera non Tusjurandum, non deos testes 
fallere uerentur, dummodo ostendatur aliqua lucri 
spes. Multos dominos fide data, et vita et bonis om- 
nibus exuerunt, illorum manes sive spiritus, hic 
certe adesse scio: Majestatem tuam circumvolant, il- 
lam ìntuentur et cum voce et ore careant, tacite opem 
ejus implorant obscerantque et obtestantur, ut se et 
illos ulciscatur debitasque sepulcris corum inferias ex 



62 
illis proditoribus det. Intuere Cesar omnium christiano- 
rnm Principum oculos in te conjectos; rogantut com- 
munem causam agas tot dominorum. Si Majestas tua 
vexillum suum erexerit copiasque suas, ex hoc latere 
in illos immiseriti jusseritque Dominum meum ex la- 
tere suo bellum illis inferre, parebit, ut est optimus ser- 
vus Maiestatis tue mandatis ejus: sequentur illuni omnes 
Italie principes ad liane communem pestelli delendam 
extirpandamque, et ad communes hostes opprimendos, 
nemo erit qui subsidia illis suggerere aut submini- 
strare audeat: inter incudem et malleum , ut ajuni, 
inclusi erunt et in turculari quodam constricti erunt. 
Exprimetur sanguis tot dominorum quo imbuti sunt et 
tumefacti, non secus ac vinum ejicitur, cum prcelum 
sive arbos illa ingens superincubat uvas : optabunt 
tunc profecto quod terra dehiscat, illosque absorbea't, 
ut est in fhabulis de Amphiarao. Si vero hec sereni- 
tas tua conniventibus oculis pertransierit : letargum 
illam pati existimabunt, et totam Germaniam somni- 
ferum poculum, aut aliquam offam soperiféris berbis 
et frugibus medicatam accepisse: injuriasque et con- 
tumelias exemplo tuo pati discent. Patieris igitur Cesar 
Venetos impune totiens Maj.tem tuam lacessisse, et 
denuo tam petulanter insultare? Patieris Cesar vete- 



03 
rem in armis Germanie lancienti, et gloriam obsolcscere 
et obscurari? Patieris tandem inermes, semiviros et 
imbelles mercatores qui tantummodo rugosum piper 
expendere didiccrunt, qui numquam loricam induerunt, 
numquam hinnitum equorum, clangoremque tubarum 
audierunt nisi in theatris et spectaculis: que Germa- 
nie sunt in dedecus et comptemptum tot Principum, 
tot populorum bellicosissimorum , tot nobilissimarum 
gentium inter arma enutritarum retinere. Greci 
ob raptam Helenam decennale bellum gessere contra 
Trojanos quibus Hector Dux erat: Majestas tua et Ger- 
mania omnis tot contumeliis excitari non poterit et 
commoveri contra Venetos, quibus non Hector in bello 
praaest : sed Bartholomeus Colleonus insignis transfuga, 
qui proditionibus et dolis duntaxat notus est. Preclara 
ejus in armis facinora nemo est qui recensere aut nu- 
merare posset nulla enim sunt. Exere jam tandem 
Cesar ensem hunc tuum, et qui sis nobis ostende. Sed 
quo me rapuit indignatio et ardentissima erga Majestatcm 
tuam devotio: non hoc michi ab initio propositum fuit 
ut tibi stimulos subjicerem minime necessarios. Sat 
per te incensum dare perspicio nec cujusquam calcari- 
bus egere , Sed idoneum tempus expectare cognosco : 
Cunctator enim natura es ut quondam Fabius, ille 



64 
Maximus: cautaque Ubi potius Consilia cum ratione 
quam prospera ex eventu placent, rerisque satis 
cito victoriam incipi ubi provisum fuerit ne vinci queas. 
Supprimam igitur vocem. Si tamen Majestas tua ex- 
peditam et tutissimam ex illis vindictam et quc in 
manu ejus est sumere voluerit, morem gerat domino 
meo : seque illum carum habere demonstret et in eo- 
rum numero quos et diligit etamat: hoc nullo argu- 
mento clarius fieri poterit, quam si Majestas tua sua illi 
privilegia concesserit, non modo in ca forma quam II- 
lus.mus quondam genitor suus et postmodum ipse a 
M.te tua petierunt, sed quodcumque honoridcum addi 
potest, addat: curetque divulgati Majestatem tuam hccc 
sibi spontc et gratis concessisse, ne auro vendidisse 
videatur. Sed ad hoc impulsam esse prudentia, libe- 
ralitate, cum magnitudine et sapientia domini mei. 
Rumpentur profecto Veneti omnes M.is tue acerrimi 
hostes livore et invidia. Aia eorum pre dolore finden- 
tur, torquebuntur , insomnes agcnt noctcs. Quod si 
luec M.em tuam non tangunt, movere illam profecto 
dcbet jus humanitatis. Nihil enim est minus hominis 
quam non respondere in amore bis a quibus provo- 
cere,etutreliquiPrincipesexemplo Domini mei ad co- 
lendam M.leni tuam inducantur et alliciantur. fiigidiores 



68 

enini reddentur, si intelligent Dominum meum frustra 
et incassum serenitatem tuam tanta veneratone pro- 
sequtam esse. Quis enim coleret Deos aut illis preces, 
et pia thura daret, nisi se colentibus premia prestarent: 
jacerent profecto eoram are sine honore; nullus illis sa- 
cros adoleret odores, ne fama quidem illos nosceremus. 
Det jam igitur se michi M.as tua, et quod cupit aperte 
fateatur : et cum nuntius ad eam accesserim, patiatur 
redeam exorator. Si quibus tamen verbis uti me hac in 
re decuerat, M.tem tuam obsecro, ut illis omnibus usum 
me fuisse arbitretur, causamque meam, et Domini 
mei ipsamet agat tueaturque : vel hac una re M.tas tua 
dare, perspicere potest quanta cum fide secum profi- 
ciscatur Dominus meus, quod ad eum non veteranum 
aliquem togatum, aut gravem virum jurisque peritum 
misit, qui cum M.te tua de syderibus de ortu et occa- 
su solis, de origine mundi loqueretur; qui fucco ver- 
borum aut aliqua recondita arte uteretur' sed me de- 
stinavit juvenem inespertum imperitum rerum ; qui 
pingui, ut ajunt, agerem Minerva, et qui vix satises- 
sem explicandis capitibus rerum. Omnia enim Domi- 
nus meus in arbitrio Majestatis tue posita esse voluit, 
et sponte sua non cujuscquam verbis ad hoc im- 
pelli. Cum fìnem dicendi fecissem Majestas sua dixit: 

9 



66 
Vos non estis ita imperilns rerum sicut dicitis: ego 
cognosco vos, et credo quod Dominus vester vos co- 
gnoscit. Nos volumus facere super ista re aliquam 
bonam cogitationem : et vobis respondere cras volu- 
mus reccedere velitis etiam vos venire cum nobis.Io 
li risposi che libenter Maj.tis sue mandatis parerem; 
ma vedendo che questa era una prorogatione ben rin- 
crescevole et che non mi daseva niente de certo, et 
cognoscendo che se io era stato XVIIII giorni ad ha- 
vere la prima audientia, che adesso mi condurla doi 
mesi ad darmi la risposta: li disse cossi :M.tem tuam 
rogo Cesar dignetur quanto citius fieri poterit, et in- 
gentes occupationes ejus quibus illam tamen circum 
volutam et pene obrutam cerno patientur, mentem et 
animum suum michi aperire : si enim serenitas tua 
has conditiones. et hoc munus accipit, mittam nuntium 
qui ad me deferet has quas dixi cautiones: ego vero 
M.em tuam sequar donec redierit. Si vero sibi minime 
placent, tunc ipse revertar. Cum enim Dominus meus 
propediem et rex Ferdinandus Rome una cum summo 
Pontifice convenire debeant, ut ibi de rebus suis com- 
mententur, ineant Consilia et communicent que illis ex- 
pedire videbuntur, ut rebus suis melius consulere pos- 
sit, cupit certior fieri de mente M.tis tue hac in re: 



07 
liane ob causam necesse est, ut ipse brevi aut redeam 
aut nuncium mittam. Non aspectò chio fornisse et 
disse. Ibunt personaliter ipsi Romana: ita constitue- 
rant, dixi, etutipse arbitror, ibunt nisi aliquid incommodi 
accidet quod illos consilium mutare cogat. Mi rispose: 
Dico vobis : sunt hic tot domini, et tot agenda et tanta 
in aere quod ita fieri ista non possunt, tamen veniatis 
nobiscum. 

Dopo questo mi disse: quomodo est bona amicitia 
inter regem Ferdinandum et dominum vestrum? dixi 
quod optima esset: esso rispose: Ego tamen audie- 
bam quod aliqua erant inter illos: ad questo dissi io. 
Non ibo infìcias, Cesar, nec negabo me hoc in errore 
non fuisse aliquando,sed postea pluribus argumentis dare 
perspexi, quod inter illos nulla odia, nulle simultates 
erant: sed quod flctiones et simulationes erant, ut 
melius mentem et animum fuorum emulorum eruere 
possent, detegerenturque Consilia inimicorum: certant 
inter se offìciis mutuo, et certatim se amant et ta- 
men equaliter, quibuscumque in rebus possunt, alter 
alteri morem gerit. Sapiens ab omnibus Ferdinandus 
rex esse censetur et, si sapientem illum esse fatemur, 
gratus etiam sit oportet. Quis existimare posset, e me- 
moria ejus tam repente excidisse illumque oblitum 



08 
esse tot benefìciorum que accepit ab illus. felicis me- 
morise Principe Domini mei genitore, qui illum e regno 
pulsum, omnium rerum egenum, omnibus exutum 
rebus, incredibili labore et sumptu in regnum resti- 
tuiti et ita restituit, ut omnia illi debere, omnia ab eo 
accepisse fateatur necesse sit, et cum ille debitam gra- 
tiam referre nequiverit Domino meo, quibuscumque 
in rebus potest referre tenetur : qui ut dominii, ita et 
benefìciorum queinomnes contulit heres est et successor. 
Et dicto questo si levo in pede,. et sorridendo de novo 
mi porse la mane, et disse alcune parole al Vescovo di 
Maguntia: et luj poi mi disse. Cesar dicit quod li- 
benter vos vidit et libentius audivit propter respe- 
ctum Domini vestri, et etiam vestrum: et cossi mi 
parti. 

Signore mio , io stentai et penai assai anti chio 
potessi bavere audientia: ma poi mi ha oldito molto 
umanamente et cum grande Immanità et grandi- 
sima attentione, quanto più diceva, più mi veneva vo- 
glia de dire, vedendo che voluntiera mi oldiva, et chio 
haveva le orechie sue ad sacomano : et cognosco chia- 
ramente che se mai fuo tempo che la V. S. havesse 
li soi privilegi, e glie al presente per dispecto de Ve- 
netiani, et per el sdegno ha preso contra di loro, et 



69 

per gli tavani gli ho messo sotto la coda a lui, et molti 
de questi signori. Elli dimostrano che troppo gran pia- 
cere haveriano chel prendesse et havesse qualche bona 
intelligentia cum la V. S., perche gli pare troppo ido- 
neo, se si vorano vindkare de Venetiani, come dicono 
hanno deliberato di fare: ma vedo ben che gli biso- 
gnarla tempo assai, perche di natura sua in questi soi 
consigli de simile cose sono infiniti: et questi soi: 
cras, cras sonno assai più longhi che li tantost di 
Franza : e vero chio comprendo che non poteria essere 
venuto in più comodo tempo, ne più incommodo per 
volere essere presto expedito : commodo per la novità de 
Venetiani, incommodo per le faccende grande sonno in 
aere, Signori et ambassatori che concorrono qua: et oltra 
questo male saperia anchora judicare, ne indovinare 
quello ne havesse ad seguire, et che effecto ne havesse 
ad reportare, perchè di natura sua mobiles sunt et 
infirmi et paulo momento huc atque illuc impelluntur: 
Elli bisogna torre come vengono, et secundo si volta 
el celo. Io sollicitaro ancora otto o dese giorni di 
cavare qualche constructo et effecto : et se vedaro che 
sia menato in longo, et mi siano date dilatione, come 
mi pare quasi necessario che sarano, perche stanno 
un anno ad consultare et deliberare ogni picola cosa: 



70 
cum questa scusa che la V. S. di presente debbe an- 
dare ad Roma, et che mi bisogna trovarmi da Lei 
prima chella vadi, io mi levaro, perche cossi mi ha 
raccomandato la E. V. et anche mi è forza di fare cossi, 
perche credendomi di stare fuora non molti giorni, 
portai se non mantelline legiere, et presto pareria 
uno parpagliono, oltra questo il castello ha poca mu- 
nitione, perche quello mi doveva bastare per cinque 
mesi apena mi basterà per questo poco tempo per 
le spese mi e bisognato fare in guide, salvicum- 
ducti et donare ad sonatori ed altra gente per vostro 
honore, et fare molte altre spese straordinarie: sem- 
pre trovo che gli va el doppio di quello chio et 
ognuno saria creduto. E vero che sempre siamo stati 
in la magiore carestia del mondo , et corno uno e ve- 
stito alla Lombarda, uno ducato non gli vale mezzo. 

La bona anima del cavallo mi dette la V. Ex.tia e 
andata in Paradiso. Io me lo indivinai de molti giorni 
inanti, come potereti intendere da vostri cavallari alli 
quali dissi che non vederia mai lo Imperatore, et chel 
non poteria resistere alle giornate grande, ne biso- 
gnava fare per seguire le guide che hanno i cavalli 
freschi. Ho lassato doi famigli amalati su diverse ho- 
starie, et diversi lochi: per el caldo grandissimo non 



71 

mai più veduto in questi paesi: et per el stranio ca- 
mino ne bisognato fare: ne ho tolti di novi, et pro- 
veduto a quelli non. morirano de desasio. 

Et non creda la V. E. chio dica questo per diman- 
darli alcuna cosa: io non mi vendo cossi caro. Fin da 
mo io protesto et confesso essere satisfacto da la V. S. 
di quanto io mai possi operare per lei in molti anni: 
solo che la se degni prendere fede de mi et farmi cum 
le mani sue , et farmi fare qualche experientia et prova 
de mi alle spese et periculo suo. Questo ho voluto 
dire accio che la V. S. sappi el tutto : ad mi basta o 
per via di casa o cum ladjuto vostro che possi cavare 
tanto non vi faccia vergogna, et non comparisca come 
uno calzolaro. 

Lo abate di Casanova, essendo lo Imperatore in 
Bada, è stato molti giorni alla Corte forse XVI et più 
ad nome del Duca de Borgogna: haveva XI cavalli 
et uno carriagio: ho inteso solo era venuto per con- 
cludere questo parentato. Lo Imperatore contra lusanza 
qua gli ha facto le spese et careze assai, et doppo V o 
VI giorni fuo partito labbate: mando doi soi amba- 
sciatori al Duca. Elli dovevano fra pochi giorni ritro- 
varsi ad Metis, et per la peste hanno mutato proposito 
et prolungato un poco la cosa> et deliberato convenire 



72 
in Trevere. Sonno alcuni di questi Signori et multi 
altri che credono che questo parentato non debij ha- 
vere locho, et dicono che llmperatore ha questa opi- 
nione che se facesseno questo parentato, perche sonno 
cosini, che presto ne seguirla qualche desolatione et 
infelicita ad luno o laltro: ma chel va per intendere 
più cose, et perche in ogni citta gli sono facti doni 
assai et similmente spera gli farà el Duca de Borgo- 
gna. Alcuni altri tengono opinione che rimanera per 
el Duca, et chel non gli darà la figliuola se prima noi 
vede creato Re dei Romani: et in questo credono 
debj penare assai. Io tengo contraria opinione zoe che si 
farà et presto, e mi pare comprehendere che le stelle 
sieno inclinate ad questo, et luno et laltro se ne more 
di voglia per quanto si pò vedere. Eglie bel partito 
per ciascuno di loro, et credo non restara il Duca per 
questo di darla: perche ad dispecto de tutto il mondo 
el farano poi. Io comprendo che llmperatore ha quasi 
tutte le voci de li electori in pugno. Qua sonno doi 
vescovi el Maguntino che e el grande Cancelliere del 
Imperio e lochio suo: El Treverese che e fratello di 
questo Marchese di Bada che ha una sorella delllm- 
peratore. Similmente el vescovo de Cologna intendo e 
tutto suo: El Marchese di Brandoborgo e cosino et 



amicissimo del Imperatore: non e da dubitare se non 
del Palatino: et un poco del Duca di Saxonia: sed 
propter pecuniam omnia fiunt. El Septimo che e el 
Re de Boemia faria ogni cosa perche insta che lo Im- 
peratore gli dia in leudo el Regno de Boemia che e 
feudo Imperiale ; ed e stato qua per questo molti giorni 
uno Ambasciatore del Re de Pollonia che e patre di 
questo giovene che e eligiuto re da una parte di 
Boemia, cioè da quelli sono heretici : da quelli sono 
cristiani e elegiuto el Re de Ungaria: et cossi con- 
tendono insieme. Ma al presente hanno facto tregua. 
Sicché per questi respecti el faranno Re maxime fa- 
cendossi questo parentato. Si tene opinione che con- 
cludendossi el figliuolo del Imperatore rimarra presso 
el Duca per pigliare lamore et dimestichezza de Ber- 
gognoni. 

Il Re de Ungaria intendo che pago al Imperatore 
octanta millia ducati accio lo incoronasse, che alza- 
menti li baroni non volevano consentire che fosse Re : 
ma lhebbi solamente per lui et non per figliuoli: al- 
hora laccepto come posseti adesso che e instafato, et 
gli pare meglio havere la briglia in mano, ha mandato 
ad dire ad lo Imperatore che e inganato, et che non 

trova alcuno vogli fare parentato con lui , perche non 

10 



74 
vogliono poi che li figlioli di soa figlia vadano men- 
dicando: richiede li soi denari, et vole restituire le 
lettere e la corona: minaza se non li ha, che farà de 
le cose non piacerano ad tutti: oltra questo si (iole 
chel Imperatore segretamente favorisse el figliuolo del 
Re de Pollonia: perche e suo cosino. Lo Imperatore 
intendo ha paura di Lui non de arme sue tanto come 
che non si desperi: et vedendo che ogni modo fosse 
per morire senza herede non dicessi : Mora Sanson et 
tutti Philistei: et desse le terre sue o parte in mane 
dei Turchi, accio che poi lo Imperatore havesse ogni 
di briga alle spalle, lo tene pasciuto di speranza al 
meglio che pò, et pochi giorni sonno gli ha mandato 
un suo Conte per Ambasciatore. Nondimeno intendo 
che la maggior parte dei Turchi sonno corsi da uno 
anno in qua sulle terre del Imperatore, che sono state 
parecchie volte, et li hanno dato grande damno : sonno 
passati per le terre de Hungari : et che per li soi de- 
nari gli fuo dato da vivere, perche ha tregua cum 
loro per septe anni: cossi qui dicono: altrimenti io non 
lo intendo. 

Sonno stati alla corte alcuni giorni uno ambassa- 
tore del Duca Ludovico de Ravera et un altro del Pa- 
latino. Intendo chel Duca Lodovico e reconciliato, et 



73 
venira alla dieta. Quello del Palatino e partito in di- 
scordia. Intendo chel Imperatore vorria enei restituisse 
alcune terre tene dall'Imperio, et alcune del Vescovo 
di Maguntia, et alcunoe che ha in pigno del marchese 
di Bada suo cognato, perche già sonno alcuni anni chel 
Palatino el presi in battaglia luj et doi altri signori 
che si erano mossi per farli guerra, et per riscotersi 
pagarono cento milia fiorini de Reno per ciascuno: 
el marchese di Bada gli ne dede parte, per laltra gli 
dede queste terre in pegno. Questo Palatino fuo ex- 
stimato el più animoso et più fortunato signor de Al- 
lamagna nel mestiere delle arme, et non altramente re* 
putato, che fuo in Italia el S.re Vostro Padre. 

Prospero Camulio non e alla Corte, et e, secondo di- 
cono, ad Roma col Papa. Il medico del Imperatore che 
e suo inimico mortale dice che sei vene qua vole fare 
insieme le vostre vendette et le sue. Qua sonno novelle 
come il duca de Borgogna ha havuto tutto el Ducato 
de'Gheleri, perche quello era Duca, e morto et Iha facto 
herede, benché havesse uno figliuolo che anchora e in 
presone desso duca de Borgogna, et se dice chel patre 
gli lo fece mettere lui, perche lo volsi prendere et 
torgli la bacheta di mane. 

Similmente già molti di vene novelle alla corte, come 



7G 
era morto el figliuolo del duca Zohanne et chel du- 
cato de Lotharinga era pervenuto nelle mane del si- 
gnor e de Vademonti che fuo figliolo de una sorella 
del duca Zohanne, perche era de dote et non li era 
altro herede più prossimo. Queste cose io credo che 
la S. V. già molti zorni per la via de Franza più 
chiare le habij intese: nondimeno io voglio prima che 
rincresca alla S, V. el legere, che para che a me sia 
rincresciuto et gravato el scrivere. 

Ho inteso che Venetiani da doi anni in qua manda- 
rono doi ambasatori al Imperatore, et li feccno offerire 
cento mila Ducati se al suo dux voleva dare la corona 
et titulo di Re: et che foreno alcuni ci confortarono ad 
prendere questi dinari, et dissero che la S a M ta haveva, 
havuto ad dire chi un:i volta gli torria la bereta, che 
similmente gli poterà torre la corona: In fine fuo con- 
cluso che se levassero da le spalle per questo modo. 
Che se gli rispondesse, era contento. Ma che voleva 
che gli figliuoli di quello Re succedessero in Regno, et 
non andasse poi ad stare ad una apotecha a vendere 
peperò , et specie dolce. Dicono che li ambassatori ri- 
masero morti, et divenerono muti: et di questo avi- 
sarono la signoria, la quale per non descoprire questa 
cosa li fecerono dimorare alcuni giorni alla corte, poi 



// 
fecero venire luno ad casa, laltro finsero mandare in 
Hungaria. Haveria grande piacere che la V. Ex. ha- 
vesse potuto vedere che viso faceva lo imperatore 
quando lavorava dintorno a Veneziani: alcuna volta 
rideva et repigliava il labro di sotto che gli pende 
un pocho , alcuna altra volta se sdegnava, et pareva 
ben che si riscaldasse et se gli movesse il sangue : 
avenga cognosca cheefredoet lento, maxime quando 
gli ricordai de le castelle sue che tengono Venetiani 
et si vantano di tenerle, elio crollava un pocho la 
testa et faceva un riso sforzato pieno de indegnatione 
et de stomachazione , et disse. Nos providebimus , 
poi non gli soccorrendo le parole un altra volta disse, 
non so che al vescovo di Magontia et lui mi disse: 
Cesar dicit quod vos Lumbardi dicitis: aspecta, aspecta. 
Da uno cortesano che ha preso grande dimesticheza 
cum mi che e homo de reputatone, et dimostra esservi 
facto molto devoto et affetionato alla V. S. ho inteso 
come da pocho tempo in qua lo Imperatore hebbe ha 
dire che per compiacere ad Venetiani, et per parole 
loro non haveva mai preso alcuno accordo cum la 
V. S. et che li havevano promisso rendere le sue terre 
et fare molte altre cose: et in fine lhanno beffato. 
D. Johanne Reben suo segretario mi ha (lieto che llm- 



78 
peratore quando hebbe novelle che Venetiani havevano 
tolto questo castello, disse: Venetiani hanno facto ad 
mi come fecero Judei ad Christo. La domenica de le 
ulive gli getavano le vestimenta sotto i piedi, et doppo 
subito el tradirono; cossi io, quando fuo ad Venetia, 
mi fecero bon viso et molte promesse, poi subito mi 
hanno dato dei calci. 

Da questi medesimi ho inteso come fra questi signori 
doppo la mia udienza e stato rasonato che non saria 
niuna altra migliore via ad castigare Venetiani, et pre- 
sto presto farli ussire gli ochi come fare la V. S. capitaneo 
generaledel imperio in Italia et commandare a tutti quelli 
hanno feudi o qualche dependentia dal imperio che 
dovesseso seguire et obedire la V. S. sotto pena 
de privatione. Et che lo Imperatore disse: etiam facie- 
mus illum magnum dominum in Italia. Queste lor cose 
stentano troppo ad bavere ventre, ne coda: apena che 
se gli trova el capo: elle sono senza line, ne fondo. Esso 
D. Jozanne dice che fanno consiglio dece giorni de 
cose che se doveriano expedire in tre bore, et questo 
dicono perche lo imperatore e cossi timido che mai 
non conclude. 

Esso D. Johanne dimostra esservi molto affectionato, 
et per le mane sue passarono Sagramoro et Christofaro 



79 
da Bolla : et caldamente se e ancora adoperato per la 
mia audientia, dice che spera che questa cosa de la 
S. V. al presente se acordaria, et che non vide mai le 
cose meglio disposte, ne tempo più comodo, ma che 
gli bisognaria una bona et longa patienta, maxime 
adesso che lo imperatore e in camino, et che concor- 
rono qua tante faccende che tochano ad lui, et al im- 
perio, ad me pare che se bavera voglia o bon seno 
di farlo, et non voglia tenervi sospeso , perche debiati 
ingrossare la posta, et per cavarvi tutto el sangue 
che prestissimo se poterà fare. Io bavero patientia an- 
chora un podio, et sollicitaro opportune et importune di 
-farlo ussire del bosco, si vedaro mi voglia pascere di di- 
latane, io voltaro le bandere: perche oltra che la S. V. 
mi ha commandato, cossi andando lo imperatore dove e il 
duca de Borgogna, et essendo cognosciuto che fosse di 
vostri come saria forza per essere vestito alla Lombarda, 
che molto più investigariano, forse che qualche ma- 
nigoldo mi faria el cavezo per suo piacere, et gii pa- 
riria far sacrifìcio. Mi pare mille anni essere fuori di 
questo purgatorio, e gli e un paradiso a rispecto a 
costoro ad praticare per Franza: meglio saria essere 
fra turchi che fra costoro cum vesie lombarde maxime 
quatro o cinque persone, et da vostri amici mi e stato 



,. 80 

dicto che e una pazzia ad venire ad questo modo, se 
mi dovesse vendere mi stesso, non li venero mai più 
vestito cossi. 

Molti de questi signori, perche hanno voglia di fare 
qualche cosa, desiderano troppo che questo matrimonio 
se concluda, perche si persuadeno chel duca de Bor- 
gogna, che e bellicoso, svegliara lo imperatore, et lo farà 
pigliare qualche impresa, et forse poteria riuscire: forse 
anchora che fra questo mezzo morirà lorso o venira 
el diluvio. El medico del imperatore mi ha dicto chel 
dubita che non tornerà mai ad casa cum la vita, ma chel 
manchi per el camino: come fece el cardinale Greco. 
Mi racomando alla V. E. Dat. Argentine, die XVII Au- 
gusti 1473. 

Ill.me D. V. Fideliss. Servus 

Karolus Vicecomes. 

A tergo. — Ill.mo Principi et E.mo Domino Domino 
meo Singularis.mo Domino Galeaz Marie Sfortie Vice- 
comiti Duci Mediolani, etc. Cito Cito. 



II. 



1475 — 11 Agosto 

Lettera di Carlo Visconti a Giovanni Rheben, Segretario imperiale 

Domino Johanni Rheben Cesareo Segretario, 

Magnifice vir, si humanitate tua abuti videor, igno 

sce, queso, sollicitudini et merori meo. Iam sextus et 

decimus agitur dies ex quo huc appuli, nonus vero 

supra quadragesimum volvitur ex quo ex Mediolano 

discessi, in quo tempore jam ad Principem meum cum 

expeditione rediisse debueram, nec dum Cesarem non 

modo non sum allocutus , sed nec illius quidem vi- 

dendi occasio michi data est. Tibi tamen ut debeo 

gratias non quas mereris, sed quas nunc possum cum 

referre non possim, habeo; quod michi nulla in re 

quantum tibi licuerit defueris : rogabo Principem 

meum, ut prò me referat: et scio referet: accepta 

il 



enim beneficia ', cum reddit , amplioria sunt et ube- 
riora. Persuaseram michi" profecto, idque etiam in 
animo mei Principis heserat, me intra decimum diem 
ad longius absolutam et integram expeditionem huius 
rei quam in presentiarum petiturus sum habiturum. 
Cum enim deferrem nuntium et res que magis sunt 
in rem Cesaris , quam alterius cujusquam, idque Ma- 
jestas sua cogitare omni ratione posset, putabam 
fore ut aditus michi statim ad serenitatem suam pa- 
teret. Sed cum me de die in diem deduci cernam; 
dicaturque michi quotidie per omnes, cras cras; 
omnino tibi dabitur potestas Cesarem adeundi; 
istudque cras cras numquam veniat : (Illud ego per im- 
mortalem Deum apud Parthos, vel Scytas, vel ultra 
Sauromatas, et herculeas colnmnas esse arbitror, vi- 
des ut tecum iocari libet et paululum edaces , et in- 
somnes seponere curas, repsisset profecto iam ad nos 
coclea, vel testudo ex Pamonia) , non possum non 
angi et molestia affici et, Hercle, nulli michi unquam 
acerbiores his dies illuxerunt. Torquent me tot di- 
lationes verentem, ne domino meo persuadere non 
possim ingentes Cesaris occupationes , quibus tamen 
illum vallatum et circumventum cerno causam fuisse 
cur res hec totiens in crastinum diem reiecta sii* 



83 

sed censeat hoc evenisse, vel quod nuntii sui in 
grati et graves Cesari sint, Majestatique sue doleant 
oculi cum illos intuetur, vel (quod non minus timeo , 
hoc enim ad me spectat, et agitur res mea) ne cau- 
setur negligentiam meam, et ob id putet rem hanc 
totiens differri, existimetque me rebus suis gerendis 
minime idoneum esse, et me post hac operaque mea 
minus utatur. Arbitrabitur etiam fortasse me in iti- 
nere valetudinem et morbum aliquem incidisse, nec 
Cesarem contingere potuisse, aut interceptum et ca- 
ptum esse. Novit enim hec loca minime tuta esse: 
nobis presertim qui germanicam linguam ignoramus, 
cum hos habitus, et has Italicas vestes cernunt , ni- 
mirum sibi habiles et idonei ad predam videmur. 
Variis dolis nos timidos et omnia paventes adoriun- 
tur. Si contigisset Cesarem in publicum prodire, non 
adeo tibi molestus essem: apprehendissem tamquam 
molussus et mordicus canis aurem eius coegissemque 
illuni etiam invitum me audire. Nunc cum primum 
me omni spe deiectum videbo, irruam in curiam et 
caput foribus, sive hostiis (obstant enim michi) illi- 
dam, effringam et corruere faciam; ita me aut oppor- 
tune , aut importune, expediam. Ardebam cupiditate 
incredibili invictissimum hunc Cesarem intuendi : sen> 



84 
per enim ab ineunte etate nomen suum ut sanctum 
colui, et veneratus sum: multa enim audieram de 
clementia, de religione, de abstinentia, de sanctimonia 
et incredibili ejus in omnes humanitate, ut nichil ge- 
nio et voluptatibus indulgeat, ut somno non occurrat, 
aut vacet, sed succumbat, ut veterum Romanorum more 
semel in die tantum edat et id perparce : cupiebam 
hec eadem ipse cernere, intueri , et propriis oculis 
haurire, ut illa postmodum ipse quoque testari pos- 
sem, et quantum vox mea se extollere posset, has 
tantas virtutes et optimo imperatore dignas predi- 
care possem, licet alio preeone indigeant, verendum- 
que sit potius ne, si illas laudare voluero, obscurare 
potius quam illustrare videar; in hoc tamen vires 
omnes meas intendam. Cuna vero decrevisset princeps 
meus ad suam Maiestatem me destinare; pre letitia et 
nimio gaudio diffundebar, nullus me capiebat locus: 
sed immoderatum gaudium meror aliquis semper sub- 
sequitur et comitatur, prohibet Cloto stare fortunam 
rotatque fatum omne; gaudet Ramnusia dulcibus amara 
semper miscere. Nescio quibus avibus, aut quo sydere, 
ex limine pedem extulerim, aut patriis laribus exces- 
serim: multa loca adii: aliquas peragravi regiones: 
et tamen michi plura incommoda in hoc solo itinere 



85 
acciderunt quam in reliqais omnibus ; et famulos et 
equos in itinere et dimisi et amisi: cum Cesarem 
Vienne non repererim, totam michi fere Germaniam 
summo cum labore et periculo lustrare necesse fuit: 
non defuerunt qui michi insidias, fraudes et laqueos 
tenderent, qui me gravibus injuriis et contumeliis 
lacesserent, Principibus, Dominis et nobilibus Germa- 
nie quoad mihi vita supererit mirandum in modum 
semper debebo: ij enim summa cum humanitate me 
semper exceperunt et honore prosecuti sunt; uthis ni- 
chil nobilius inveniri potest, sic his artifìcibus mer- 
cenariis et rusticis nichil foedius, nichil impudentius, 
rusticitate rusticitatem ipsam exuperant, omnia tamen 
hec facillime et equo animo ferebam , nihil me move- 
bant: levabam si quidem dolorem meum hoc uno 
meque solabar, quod sperabam, si mihi datum esset 
Cesarem contingere posse et ad pedes ejus procidere , 
et me celerem, et ad votum, non dico audientiam, sed 
expeditionem habiturum, et principi meo gratissimum 
nuntium relaturum. Sed quanta spe decidi, hec nunc 
veteres cicatrices et sopitas molestias exagitant, reno- 
vantque vulnusque in vulnere querunt. Quomodo enim, 
si audiri non possim, Cesarem exorabo, accipiamque 
et impetrabo quod peto? Videbar mihi Scyllam et Ca- 



8(5 
ribdim preteriisse , et in tranqu illuni portum perve- 
nisse ; sed rursus fessam puppim estus , et frementes 
unde in altum rapiunt; jam fatiscit rimis: stupet 
rector , inops consilii, immobilis spectat tantum , et 
quid agat ignorai. Vereor ni jam tandem opera ma* 
xime tua jactari desinit, et in siccum littus subducitur 
trahiturque, ne dehiscentes unde illam submergant 
obruantque. Sed jam satis et fortasse plusquam satis est 
iocos molestis rebus miscui: quicquid molestie etme- 
roris conceperam in sinu tuo deponere volui: ita ut 
auderem mini suasit humanitas tua, sed fortasse non 
tantum tibi superes olii, ut his nugis vacare, et aurem 
prebere, et tam longas ineptias ad iìnem usque legere 
possis; mini igitur moderabor etfìnem faciam, si prius 
unum addidero, scilicet ut serenissimum et invictissimum 
lume Cesarem nomine meo obsecrare velis, dignetur 
me iam tandem audire, et ita audire, ut liane suam in 
omnes humaiiitatem ipse quoque experiri possim , et 
que petam a Majestate sua impetrare, et ut reor im- 
petrano. Scio enim non multimi milii negotii erit illam 
expugnare, quid feram intelligo, munitissimum et for- 
tissimum oppidum his telis et hoc ariete solo equarem. 
Patiatur, queso. Maiestas sua que dominus meus , et 
que Maiestas sua scio pariter cupiunt et exoptant. 



87 
medio meo transigi et obtineri, ut ex hoc aliquid milii 
gratiae et benjvolentiae apud utrosque accedat , vi- 
dearque domino meo non ineptus et infelix nuntius. 
Et profecto nescio quid boni animus presagit meus, 
et, ut auguror, ut ex hac profectione lcelum prin- 
cipium tuli, ita lcetissimum rursus et jocundissimum 
finem habiturus sum. nec me penitebit. si quibus pe- 
riculis expositus sum; et si quos labores et incommoda 
perpessus sum. Deos, queso, ut liane predivinationem 
meam secundent et ratam esse velint et tibi quecum- 
que optas impartiantur. Cesarem vero Xestoris annos 
summa cum felicitate sua superare faciant. videatque 
nepotum suorum nepotes se dignos et sibi persimiles, 
et gerendo imperio aptos idoneosque. videaniurque 
splendorem huic sublimi solio dare, non ab eo acci- 
pere. Vale ex hospitiolo meo. tertio idus augusti 1473. 
Magnificentie tue 

Karolus Vicecomes. 



IL 



BIANCA SFORZA VISCONTI IN VOGHERA 



EPISODIO STORICO DEL 1496 



12 



Mentre da lungo tempo vado facendo nel 
grande Archivio Governativo di Milano nuove 
ricerche di documenti e di carte che riguar- 
dano la storia di Voghera e di tutta la sua 
antica provincia, m'avvenne di rinvenire, fra le 
altre, una lettera che ci fa conoscere un av- 
venimento fin qui rimasto obliato, e che seb- 
bene di non gran momento , pure deve inte- 
ressarci, perchè dà una novella prova dell'a- 
nimo cortese e buono dei nostri antichi avi , 
e una bella pagina della storia Vogherese. 

Il documento da me rinvenuto in quella in- 
terminabile serie di diplomi , di autografi , di 
pergamene , di carte , di cronache , e di atti 



92 
che formano le testimonianze più certe del 
nostro passato , consiste in una lettera di un 
tale Jacobus SereniuSj forse segretario ducale, 
diretta al duca di Milano , e data da Castel- 
nuovo Scrivia il giorno 4 ottobre 1496. 

Ludovico il Moro in quell'anno reggeva lo 
Stato tutto in combustione per la recente morte 
del duca Giovanni Galeazzo, nipote di Ludo- 
vico e da lui stesso spento, e rimpiazzato nel 
governo; né le guerre contribuirono meno alla 
agitazione universale , che in un incerto av- 
venire tenevano sospeso gli animi di tutti. 

La nostra lettera ci fa conoscere che Bianca 
figlia sua andò a Voghera nell' anno 1496, e 
colà fu ospitata con solennità e affetto, e 
attorniata da molte gentilezze e cure dai ca- 
valieri d'allora e di molte feste dal popolo. 

Era stata fatta Bianca contessa di Voghera 
dal duca Ludovico, quando maritandola a Ga- 
leazzo Sanseverino, celebre condottiero ducale 
e figlio di Roberto, assegnavale come dote il 
possesso di questa città. 



93 

Le nozze erano state celebrate ai 19 di gen- 
naio del 1490, e così a quell'anno si deve as- 
segnare il principio della signoria di Bianca 
sopra^Voghera; che ella volle vedere più tardi, 
e ove, come dice la lettera, « se ritrovava di 
bona voglia et contenta , » mentre veniva in 
Voghera « da questi zentilhomini et done in 
ogni actione sua honorata (1) ». 

La lettera in seguito con altre parole rende 
avvertito l'eccellentissimo duca di Milano delle 
gentilezze che Madonna Bianca continuava a 
ricevere dai cavalieri e dai gentiluomini di 
Voghera, i quali a lei presentarono ricchi doni, 
e vollero che le spese inerenti al suo sog- 
giorno fossero intieramente a carico di loro. 

Quindi lieta se ne partì, portando nell'animo 
suo ben care memorie di Voghera ; senonchè 
dal documento che ho trovato nell'Archivio (2), 
si viene a sapere che ella morì ai 23 novem- 



(1) Vedi il N. I nei documenti. 

(2) Vedi il N. II nei documenti. 



94 
bre dello stesso anno, lasciando addoloratissimi 
Ludovico il Moro, duca di Milano, e il conte 
Galeazzo Sanseverino , che s' avevano in lei 
una figlia pietosa e una moglie affezionata. 

Ben altri dolori però doveva provare Ludo- 
vico , mentre orbato nel 1496 della figlia 
Bianca, un anno solo dopo perdeva la diletta 
moglie Beatrice d' Este , e più tardi doveva 
provare il disinganno di una nera ingra- 
titudine in Galeazzo Sanseverino , che ge- 
nero e beneficato suo, all'arrivo dei Francesi, 
nel 1499, fu il primo a tradirlo , e darsi così 
agli invasori, i quali nel 1525, a premio del suo 
misfatto, lo fecero grande scudiere di Francia 
e conte di più castelli, fra cui gli riconferma- 
rono il feudo di Voghera , originariamente 
avuto come dote della moglie Bianca Sforza- 
Visconti. 



Gennaio, 1868. 



DOCUMENTI 



1496 - Ottobre 4. 



Lettera diretta al Duca di Milano, che dà notizie del soggiorno 
di Bianca Sforza Visconti in Voghera. 



Illustrissimo et excellentissimo signor mio observan- 
dissimo. La Illustrissima madonna Bianca fiola de la 
excellentissima S. V. è stata da questi zentilhomeni 
et done in ognia actione sua honorata et per loro 
servato tuto quelo ordine fu servato a Voghera nelo 
intrare suo in questa terra, excepto che de più li fu, 
che molti zentilhomeni la veneno a levare da Vo- 
ghera, queli da Voghera la presentareno, questi li fa- 
rano le spese in sino al partire suo che saràdoman 6 - 



98. 
Sua signoria se ritrova sana et de bona voglia et per 
bavere inteso la Illustrissima Signoria Vostra domane 
partirse da Terdona per andare a Milano, saria con- 
tenta piacesse a la Excellentia Vostra de farli notifi- 
care quanto ha vera a fare o de stare o de venirsene 
al conspecto de quela quale molto desidera vedere, et 
a la Excellentissima Signoria Vostra infinite volte se 
raccomanda. Date Castronovo, die 4 octobris 1496. 



E. I. D. D. V. Servitor Jacobus Serenius. 



II. 



Lettera diretta all'Arcivescovo dì Milano, 
che annuncia la morte di Bianca Sforza Visconti. 



Viglevani, 23 novembris 1496. 

Archiepiscopo Mediolani 

Essendo ciunto qui Marcolo et inteso cum summo 
dispiacere che Madonna Bianca sia passata de la pre- 
sente vita, cum quello che pareva ala Signoria Vostra 
de dovere fare intendere la cosa al Signore per mezo 
del Reverendissimo Cardinale, a nuj è parso melio, 
considerato el dolore grande nel quale si trova el si- 
gnore, farglielo più presto intendere per una lettera 
formata in nome de la Signorìa Vostra et de li altri 



100 

sono li, che dar questo carico al Cardinale che have- 
ria più commosso el signore et essendo così facto, la 
signoria soa in el dolore acerbissimo nel quale se trova 
non ha dicto altro se non chel se debia seguire lor- 
dine facto et scripto circa le exequie sue et el repo- 
nere del corpo suo. 



III. 



UNA CORSA ALL'ABBAZIA DI MORIBONDO 



Mosso dalla tranquilla dimora di Zelata nelle 
prime ore del giorno, nebbioso e triste si pre- 
sentava T orizzonte, freddo 1' aere e rigida la 
temperatura, la strada tortuosa e fiancheg- 
giata da alti alberi, che ad ogni passo ram- 
mentando colla loro nudità il crudo inverno, 
davano altrettanta tristezza quanta è la gioia 
e l'allegria che dall'ombra loro nell'estiva sta- 
gione nasce spontanea nei nostri cuori. Ta- 
gliata codesta via in mezzo alle fertili cam- 
pagne, coi dolci movimenti del suolo, vario ci 
rendeva il cammino. I miei passi eran diretti 
alla volta di un illustre monumento, e tardo 
giungevami l'istante di poter ammirare un'o- 



104 

pera, che sfidando la forza dei secoli e Pira dei 
popoli, si mostra a noi come esempio della 
passata grandezza. All' incirca dopo un'ora 
di viaggio, arrivato nel mezzo di vasto aggre- 
gato di case, che è Morimondo, arrestata la 
carrozza, mi feci allo sportello, e voltomi ad 
un giovane contadino, che dall' aperta figura 
mi si presentava schietto e buono , come in 
genere sono tutti gli abitanti di questi dintorni, 
così gli parlai: brav'uomo! sapreste indicarmi 
la più retta via che conduce all' Abbazia di 
Morimondo? ed egli a rispondermi tosto si 
fece: mio buon signore, vadi diritto diritto per 
la strada che le sta di fronte, e dopo pochi 
istanti si troverà sul piazzale della chiesa 
grande che appunto lei signore va cercando. 
Lasciato Morimondo, passando sotto alla volta 
di antico arco, che può considerarsi l'entrata 
e l'uscita del paese , la strada piega dolce- 
mente a sinistra e pianpiano discende al basso. 
Da qui il tuo occhio spazia in una grande val- 
lata, tetra, silenziosa, coperta di quercie , ap- 




MANTCWAM SC ' 



Abbazia di Morimondo. 



105 

poggiate ad un monticello, dietro cui tu vedi 
un'immane edificio, più sorprendente in quanto 
che sembra in queir angolo oscuro sfuggire 
dal far pompa di sua grandezza ; vi giunsi ai- 
fin vicino e attonito scesi tosto dalla car- 
rozza. 

È l'Abbazia di Morimondo ! 

Questo monastero, verso il di cui tempio an- 
tico, più che religioso pensiero, desiderio d'am- 
mirazione moveami, venne fondato nei primi anni 
del secolo XII da alcuni monaci cistercensi ve- 
nuti da Morimondo di Francia, ai quali due no- 
bili fratelli milanesi della famiglia Le Ozeno (1), 
Manginfredus e Benonus, al fine di costruire ed 
innalzare dalle fondamenta questa abbazìa, do- 
narono nel 1136 tutti i loro fondi vicini alla valle 
del Ticino. Ciò risulta da una marmorea la- 
pide posta nel 1650 da Antonio Libanonio, ab- 
bate e conte del Monastero di Morimondo, che 



(1) E non tre preti milanesi come è asserito dai più. 

14 



106 
si vede sulla fronte della chiesa alla sinistra 
della porta, e presenta le seguenti parole : 

D. 0. M. 

MANGINFREDUS ET BENONUS DNI DE OZENO 
CIBARISSIMI ATQ. PIISSIMI 



FRES NOEILES MEDIOLANENSES S. BNAR.DI 

SUASU MONACIS CIS TERCIENSIBUS CLARIIS 

A CORONAGO IN HUNC LOCD TRANSLATIS 



robaldo mediolan. archiep. approbate 

monasteriu hoc murimundi prope ticinu 

sub gualchetiop.o abb. salut anno clocxxxvifunparut 

antonius l1banonius abbas et comes 

monachi q. morimundienses omnlès" 

suis benefactoribus hoc gratitudinis argumentu p. c, 

MDCL 

Irregolare piazza sul pendìo del colle si apre 
innanzi alla fronte della chiesa. 

La facciata in stile gotico è certamente 
del trecento; ha una bellissima finestra bipar- 
tita sulla sommità del centro , in terra cotta 
con colonnette di marmo; magnifico ò il rosone 



107 

pure in terra cotta con finissimi lavori che 
rammentano quelli della facciata di S. Ambro- 
gio in Milano, le quattro altre finestre laterali 
sono in purissimo stile e di gusto pregevole, ma 
assai migliori fra tutte le due finestre semi- 
circolari del 500 vanno ornate in cotto di ric- 
chi fregi. Più recente e realmente bello, seb- 
bene in stile diverso della facciata, è 1' atrio 
posto innanzi alla porta, cui si accede per 
larga scala in granito. 

Alla sinistra di questa scala sta l'iscrizione 
superiormente menzionata; a destra una grande 
porta conduce alla porzione tuttora sussistente 
del vasto convento, ora in parte ridotto a ca- 
nonica dell'odierna parochia, ed in parte volto 
ad usi rurali ; il resto crollò, e di esso non si 
ha che la memoria; triste compenso alla per- 
dita dei grandi monumenti. 

In quanto resistette all'ingiuria dei tempi, 
vediamo un largo e spazioso porticato a pila- 
stroni, su ciascuno dei quali stanno dipinte 
ad affresco le. figure di antichi monaci cister- 



108 

densi; alla fin del medesimo, breve gradinata 

conduce nella chiesa. 
Riguardando oggi quel colonnato malconcio 

dal tempo, quel lastrico sconnesso e guasto , 
quelle volte rovinate e cadenti, quelle ampie 
corti una volta ben tenute e popolate dai mo- 
naci, ora tacite e ingombre d'erbacce d' ogni 
specie, la nostra vista s' arresta pensierosa ed 
incerta, l'animo nostro mesto e confuso!... 

Dimandiamo a noi stessi se è veramente 
tutto ciò che ne avanza del glorioso pas- 
sato! quei massicci pilastroni che hanno ser- 
vito a sostenere il grandioso convento, chi 
sa a quanti fatti e a quali vicissitudini ri- 
masero muti testimoni; sopra le volte da essi 
sostenute, quali celebri personaggi si mos- 
sero o mesti , o taciturni , o agitati , o san- 
tamente lieti? Quale vita austera si condusse 
in quelle celle portate da essi? — Il vec- 
chio monaco consunto dagli anni e dai lun- 
ghi patimenti, ad essi si appoggiava nel cam- 
mino dalla sua cella al coro, o nei pochi 



109 
passi di sollievo nei brevi momenti tolti all'o- 
razione od al lavoro. Il gagliardo novizio li 
mirava ad interrotti istanti con pauroso occhio, 
come a terribil cosa, essendo che venian ad 
essi dalla giustizia dell' abbate scrupoloso le- 
gati e battuti i monaci che mancavano ai 
dettami della santa ubbidienza. 

Quanti abbati illustri e religiosi monaci ad 
essi passaron vicino, ed ora non son più! 

Il mio piede profano calpestava in quel 
mentre le loro tombe; alzai inconsiderato un 
lagrimevole lamento , e mille volte ripetuto 
dalla voce dell'eco, andò lentamente a morire 
nelle ultime arcate del portico. 

Tutto essi hanno veduto, e ben grandi av- 
venimenti denno essersi avvicendati dintorno, 
se i loro vividi colori son quasi spariti , se i 
loro ornamenti sono logori od interamente 
guasti ! Quelle smunte figure sembrano dav- 
vero tanti fantasmi del passato ritti dinnanzi 
all'uomo ad attestare che sieno le umane 
grandezze, i bassi interessi per i quali gli uo- 



110 

mini si agitano, s'inviliscono, si assassinano a 
vicenda. 

Essi sono là! ma dove sono le immense ric- 
chezze dell'abbazia? Dove sono i potenti abbati 
e monaci ? Dove la loro autorità temuta ? dove 
la loro gloria? tutto è polvere! 

Degli altri grandiosi caseggiati non mi fu 
dato scorgere che 1' esterna regolare archi- 
tettura. 

Mi ricondussi sul piazzale, e coll'animo già 
commosso e pieno di pie rimembranze, entrai 
mesto nell' imponente chiesa. Oltrepassata la 
soglia del tempio, vagò l'occhio stupefatto in 
quelle volte per tanti anni ripercosse dalla 
tremebonda voce del monaco vegliardo, e ar- 
cano senso di profonda ammirazione scosse 
tutto l'animo mio. 

È l'interno composto di tre alte e spaziose 
navate a sesto acuto , rette da massicce e 
corte colonne di marmo. A destra avvi una 
pila d'acqua, sostenuta da quattro colonnette 
in marmo con bellissimi bassorilievi che mi 



Ili 

rammentano i lavori della Certosa di Pavia; nel 
mezzo s'alza una bella madonnina pure in mar- 
mo, il tutto del 400. A sinistra vi è un monumen- 
to egualmente in marmo alla memoria di Ste- 
fano Luini dell' ordine dei patrizii, sapiente 
nella ragione civile e politica j monumento pre- 
gevole per pensiero e per esecuzione; porta la 
data del 1844, ed è opera del valente artefice 

Cavalieri. 
V'hanno tre soli altari e piuttosto meschini; 

però nella cappella a sinistra gli affreschi della 
volta non sono opera affatto indegna d'osser- 
vazione. L' aitar maggiore ed il vasto coro 
stanno ad un piano superiore della navata del 
tempio, come si osserva in quasi tutte le chiese 
del 300. 

Realmente lavoro insigne è il coro; settanta 
stalli all'intorno hanno ognuno un diverso di- 
segno intarsiato finissimamente e con bel gu- 
sto del 500; particolarmente sono da osser- 
varsi due bambini ed un San Giuseppe; pec- 
cato che in conseguenza delle estreme ristret- 



112 

tezze in cui versa la parochia , siasi lasciato 
deperire tanto miseramente un'opera così per- 
fetta; meriterebbe davvero la più diligente con- 
servazione, ed è danno grandissimo per l'arte 
e per la scienza non apporvi pronto e solle- 
cito riparo. 

Quella lunga fila di vuoti scanni mi fece 
sorgere a vivi colori le antiche memorie di 
questo venerando luogo. 

E mi figurai nella mente quando i lenti 
rintocchi della lugubre campana con melan- 
conico suono riunivano al coro i monaci che da 
ogni parte del chiostro a lenti passi, a capo 
chino, e colle mani congiunte sul petto in forma 
di croce, veniano mestamente alla notturna 
prece. I Cisterciensi, alla guisa dei Certosini, a 
più riprese durante la notte scendeano dalle 
loro celle a recitare lunghe orazioni; di ri- 
torno alla propria meschina dimora ripiglia- 
vano la recita dell'interrotto ufficio, e trascor- 
revano il tempo in sacre preci o religiose me- 
ditazioni, finche nuovi rintocchi li richiamas- 
sero al coro o alle altre funzioni di chiesa. 



113 

Pensai puro quanto dura fosse la lor vita; 
digiunare quasi continuamente, dormire inter- 
rotto e breve sonno, vivere isolati dal mondo, 
dalla società , usare sempre miseri panni in 
dosso, e riposar tutta la vita sopra semplici 
pagliericci; sentii raggricchiarsi la mia fragile 
natura e dissi fra me e me: Vi hanno esistito 
esseri che poterono resistere a questa vita ? 
È vero che San Bernardo ci lasciò: beata 
soliludo, o sola beatitudo — e poi — il n'y a 
d'heureux que les chartreux — non venne 
scritto da quel saggio che visitò la gran Cer- 
tosa di Francia? 

Rifeci la scalinata che mi aveva condotto 
nel magnifico coro, e mi trovai nel centro del 
maestoso tempio. La grandezza della sua sem- 
plicità, la purezza dello stile , quella quasi 
oscurità, la solennità del silenzio, la triste so- 
litudine, tutto m'inspirò religione e raccogli- 
mento, e prostrato ginocchione innalzai fer- 
vida prece all'Altissimo, perchè continuasse in 
me floridi e ridenti gli anni! 

15 



114 

Entrai poco dopo nella sagrestia e vidi un 
quadretto che rappresentava la deposizione di 
Cristo; il sacristano me lo diede per un Raf- 
faello autentico; e la finezza del disegno , la 
bellezza dei contorni, sebbene guasti da recente 
ristauro, me lo farebbero credere, se non del 
grande artista, almeno della sua scuola. Nella 
sagrestia è pure un antico stendardo ricamato 
in seta e oro, di tal freschezza che si potrebbe 
credere fattura moderna, se il disegno non in- 
dicasse il seicento. Non ho veduto però quel 
ricco paramento della Madonna del Rosario, 
che tradizione volgare accenna esistere in 
questo sacro edificio. 

Adunque la fondazione avvenne, secondo la 
nominata epigrafe, nel 1136, e vedemmo fa- 
vorirla Robaldo , arcivescovo di Milano; in 
progresso di tempo il monastero fu popolato 
fino da più di 200 monaci, i quali erano così 
esemplari per religione, e per dottrina così se- 
gnalati, che venivano scelti a dirigere gli al- 
tri monasteri di Lombardia; è poi abbastanza 



m 

noto come i Cisterciensi bonificassero i terreni 
ove si collocavano, prescegliendo a bella po- 
sta situazioni insalubri e paludose. I conventi 
erano allora quasi un porto dalle tempeste del 
mondo; anime troppo robuste per sottoporsi 
ai patimenti comuni; spiriti straziati dalle pre- 
potenze, cuori delusi , intelletti bisognosi di 
cercare la verità, vi si rifuggivano a pregare, 
a studiare, a lavorare in comune i terreni ab- 
bandonati o malsani, a far del bene al povero 
popolo. La santità della religione, i privilegi 
ecclesiastici, le immunità dei sagrati proteg- 
gevano dai feudatari rapaci e dalle masnade 
devastatrici i monaci non meno di coloro che 
rifuggivano ad essi; 1' autorità secolare non 
poteva metter l'unghia sui loro beni, che erano 
eredità dei poveri, non toccar le loro persone 
o entrare nei loro chiostri, che perciò diven- 
nero il ricovero dell' innocenza contro la ri- 
balderia, del diritto contro l'armata ingiustizia. 
Tale era un' istituzione , che in altri tempi 
fu derisa come infingardaggine e ignoranza 



ii6 

da letterati che del popolo non aveano le vi- 
scere, né l'intelligenza; tale fu una istituzione 
che portò grande vantaggio nelle remote epo- 
che alle popolazioni oppresse ; avesse pur con- 
tinuata in quella santa via del bene e della 
misericordia; ma tale istituzione, caduta dai 
sublimi suoi principii, fattasi braccio e scudo 
del dispotismo e della crudeltà , divenne larga 
fonte d' infiniti guai e malori , ormai lontana 
le mille miglia dal suo fine, impaccio divenne 
al libero sviluppo di quella cultura di cui fu 
prima maestra. 

Nelle terribili lotte intestine che resero la 
nostra Italia fino dagli antichi tempi un paese 
schiavo, l'abbate di Morimondo, fattosi ghibel- 
lino, prese le parti di Federico Barbarossa, e 
questi a rimeritarne la fedeltà gli fece ampia 
conferma del possesso sui beni di Fallavec- 
chia e gli donò la quarta parte di Farabasi- 
liana. Nel 1210 l'imperatore Ottone vi aggiunse 
il titolo di conte, colPobbligo però di pagare 
ogni anno alla casa imperiale un fiorino d'oro. 



117 

Ahi dura sorte s'aspettava ai miserandi re- 
ligiosi! 

Nell'anno 1237 i Pavesi, venuti con una 
grossa mano di gente , assalirono barbara- 
mente il monastero ; feriti e maltrattati i mo- 
naci, battuti i castaidi, incendiato il chiostro, 
posero a sacco tutti i loro fondi. L'arcivescovo 
Guglielmo però poco dopo lo fece riattare intie- 
ramente, ma nel 1245 ebbe nuova rovina da 
Federico II. 

Un luogo di pace e di amore doveva essere 
sempre teatro ai più tristi avvenimenti; nel 
1266 ancora i Pavesi vi si accamparono , ma 
costretti dai castaidi e dagli uomini del mo- 
nastero a ritirarsi lontano, commisero vanda- 
liche devastazioni. 

Col volger degli anni Morimondo fu ridotto 
a Commenda, poi soppresso nel 1797 , ed ora 
in questo sito insigne non vi trovi che quasi 
abbandonato un antico tempio e poche altre 
venerande rovine fra V edera ed il musco, e 
quasi un continuo silenzio, non interrotto che 



118 

dalle preci di pochi abitanti e dalle scar se vi- 
site del pietoso che senta ancora un pensiero 
per le preziose memorie dei benefattori del- 
l'umanità ch'egli non conobbe di persona, ma 
sol di nome. 

Assiso su rozza pietra, ai piedi del vetusto 
monumento, gettai in fretta questi cenni come 
la foga delle emozioni e la tristezza della 
mente dettarono alla meglio, e col cuore pro- 
fondamente commosso tornai taciturno alla car- 
rozza e frettoloso alla casa; e qui, ripulito il 
breve lavoro , lo offro ora al publico , come 
schietta rimembranza di quanto vidi, non come 
degna illustrazione dell'illustre monumento. 

Zelata, novembre 1863. 



IV. 



IL PALAZZO DEL BROLETTO IN MILANO 

E I CONTI DAL VERME 

Lettera diretta al D. r G. Fortis, direttore del Pungolo. 



Chiarissimo Signor Direttore, 



Avendo letto nella Cronaca cittadina del 
N. 71, 1869, del suo pregiato giornale, l'annun- 
zio della collocazione d'iscrizioni che rammen- 
tano alcune obliate nostre glorie, rinvenni una 
inesattezza storica riguardo al conte di Car- 
magnola e al palazzo del Broletto. 

Mi faccio quindi un dovere di sottoporle 
poche osservazioni e alcuni schiarimenti, ap- 
poggiati a documenti autentici. 

Là, dopo aver discorso delle altre iscrizioni 
commemorative, parlando di quella che deve 
essere collocata su duplice marmo all'ingresso 

16 



m 

del Broletto in via Giulini, e verso la corsia 
intitolata dal nome stesso di Broletto, e dopo 
accennato come il palazzo avesse appartenuto 
a Francesco Bussone, conte di Carmagnola, ce- 
lebre capitano di ventura, e avesse a lui ser- 
vito d'abitazione dal 1413 al 1425; forse con 
la scorta di Andrea Biglia e del rapporto della 
Commissione incaricata dal nostro Municipio 
di proporre le iscrizioni commemorative di fatti 
e d'uomini illustri di Milano, è detto che, — 
« tutti i beni del Carmagnola, furono confi- 
scati, allorché egli passò al servizio della Re- 
publica Veneta », e dopo « il palazzo, confi- 
scato pure al Carmagnola, fu donato alla città 
di Milano... », il che dai documenti ci è pie- 
namente contrastato, e in quella vece dimo- 
strato che il palazzo del Broletto passò alle 
due figlie del Carmagnola, Antonia e Luchina, 
indi in proprietà ereditaria alla famiglia Dal 
Verme, e solo alla fine del XVI secolo per- 
venne al Comune di Milano; ed ecco in qual 
modo; 



Il conte Francesco Bussone di Carmagnola 
s'avea per moglie Antonietta Visconti, parente 
del duca di Milano Filippo Maria; e lasciava 
quattro figlie, cioè: Margherita maritata a Ber- 
nabò Sanseverino; Elisabetta condotta in mo- 
glie da Francesco Visconti, consigliere ducale; 
Luchina sposata al conte Luigi Dal Verme, e 
Antonia moglie del magnifico dottor in legge 
Garnerio de Castiliono. 

Carmagnola fece il suo testamento alli 8 
settembre 1429, per rogito di Martino de Ga- 
vastis de Claris, notaio publico, e per esso il 
palazzo suo, esattamente indicato con parti- 
colare descrizione e colla precisa indicazione 
delle coerenze, che lo addimostra identificato 
nell'attuale palazzo chiamato Broletto , toccò 
in eredità alle figlie sue Luchina Dal Verme 
e Antonia de Castiliono; il palazzo era sti- 
mato 19,000 fiorini, e la somma divisa rispet- 
tivamente fra loro in giusta metà, e così egli 
trasmetteva questo ente', non confiscato , alle 
due figlie, come loro quota ereditaria. 



124 

È pur vero che il conte Luigi Dal Verme, 
genero del Carmagnola, cadesse in disgrazia 
della Veneta republica , ciò che si ha dal- 
l'atto con cui il doge Foscari confisca al sud- 
detto il feudo di Sanguinetto dandolo a Gen- 
tile Leonessa; ma per contrario il duca di 
Milano investiva con privilegio del 23 maggio 
1436 il conte Luigi Dal Verme dei feudi di Bob- 
bio, Voghera e Castel S. Giovanni, e poi nel 
1451 Francesco Sforza, fattosi signore di Mi- 
lano, riconfermava a Luchino Dal Verme e alla 
sua famiglia tutti i beni del defunto genitore; 
e più ancora: nell'anno 1464, con atto conchiuso 
il 19 di marzo (1), la proprietà del palazzo del 
Broletto venne riunita nelle mani della contessa 
Luchina Dal Verme, mediante il pagamento alla 
sorella Antonia Castiglioni di 9,500 fiorini, ri- 
spettiva metà di valore dell' intiero palazzo. 
Con quest' atto si viene a conoscere che la 
contessa Luchina era obbligata a pagare la 

(1) Vedi il documento. 



128 

detta somma nel corso di otto anni o in de- 
naro o in beni immobili o in livelli , alla so- 
rella sua Antonia; che si era scelto arbitro 
fra esse un Giovanni Corio, e che concorsero 
la madre Antonietta Carmagnola Visconti, le 
altre sorelle e un Matteo Carmagnola , altro 
delli eredi o legatari del celebre condottiero, e 
rimane confermato che il palazzo del Broletto 
continuò ad appartenere agli eredi del Car- 
magnola. 

In seguito per successione ereditaria passò 
nella assoluta proprietà del figlio di Luigi e 
Luchina Dal Verme, il conte Pietro, che mo- 
riva avvelenato in Voghera nel 1485. Lui vi- 
vente, si ha documento che negli anni 1476, 
77, 78, 79, col mezzo del suo cancelliere Bel- 
tramino de Castelletis, riceveva da Battista e 
Luigi Castiglioni il fìtto livellano annuo della 
casa quce vocatur magnifici Comitis Carma- 
gnolce, vel Broleti. 

Alla morte del conte Pietro Dal Verme, Lu- 
dovico il Moro ne confiscava i beni e faceva 



m 

dono del palazzo a Cecilia Gallaranì sua aman- 
te, moglie a Ludovico Bergamini; in seguito 
passò a Giorgio Merula; poi nelle mani di 
Carlo d'Amboise de Chaumont, maresciallo di 
Francia e supremo capo delle truppe di S. M. 
Cristianissima in Italia; indi a Francesco Be- 
buleno; dipoi a Sebastiano de Ferrari, che lo 
vendette al magnifico Battista Visconti , e lo 
riebbe da questo, per cederlo poscia con suo 
arbitrio al comune di Milano. Senonchè il 
conte Federico e il fratello suo conte Mar- 
cantonio Dai Verme ne rivendicarono la pro- 
prietà; e nel 1513. quando vennero cacciati 
d'Italia i Francesi, la famiglia Dal Verme potè 
ritornare nel libero possesso dei suoi vasti 
feudi e delle proprietà sparse nel ducato e sui 
primi colli dell'Appennino a Voghera, Bobbio 
e Castel S. Giovanni , e riebbero eziandio il 
palazzo del Broletto, e a tale effetto v'ha ap- 
punto un atto autentico esistente nell'Archivio 
dei conti Dal Verme e da me esaminato, con 
il quale vien fatta la debita presa di possesso 



127 

del nominato palazzo al 28 novembre del- 
l'anno 1513 per parte del conte Marcantonio 
Dal Verme, a nome anche del fratello Fede- 
rico. 

Nel volgere degli anni successivi fino allo 
scorcio del XVI secolo la famiglia Dal Verme 
patì varie confische , interpolatamente ritor- 
nando nel possesso del palazzo; finché questo 
passò al Governo spagnolo, e da Filippo III 
nell'anno 1605 venne donato alla città di Mi- 
lano , che vi collocò il mercato dei grani , e 
dopo altre vicissitudini li uffìzii municipali 
sino al 1861. 

La cappella fatta erigere dal Carmagnola 
nella chiesa di S. Francesco , ove veniva de- 
posto colla moglie , rimase invece in patro- 
nato della famiglia Dal Verme fino alla de- 
molizione di quella chiesa, avvenuta nel 1813, 
e l'iscrizione in onore del celebrato guerriero 
veniva riposta nel cortile della Biblioteca 
Ambrosiana. 

Riepilogando: col testamento di Francesco 



128 

Carmagnola (1429), con la sua designazione alle 
figlie Antonia e Luchina del palazzo come quota 
ereditaria; coi privilegi concessi da Francesco 
Sforza, nell'anno 1451, a Luchina Dal Verme; con 
la convenzione stipulata alli 19 marzo del 
1464, per la quale Luchina rilevava la parte 
del palazzo pervenuta in eredità alla sorella 
Antonia; con le confessioni di fitti livellarii 
del detto palazzo del conte Pietro Dal Verme 
fino al 1479; e finalmente con la presa di pos- 
sesso del palazzo nel 1513 dai conti Marcan- 
tonio e Federico Dal Verme , noi abbiamo i 
più sicuri documenti che affermano la conser- 
vazione della proprietà del Broletto nelli eredi 
del Carmagnola, e indi nella famiglia Dal Verme 
in successione di quelli, fino alli ultimi anni 
del XVI secolo, e con ciò viene contradetta 
l'asserzione che il Broletto fosse stato confi- 
scato nel 1425, quando il Carmagnola passava 
al servizio della Veneta republica. 

Perdonerà, chiarissimo signore , se P argo- 
mento mi condusse tanto per le lunghe, ma 



121) 

T importanza storica delle cose in questione, 
l'interesse che prendo a questo genere di studi, 
e il desiderio di veder corretto un errore, sa- 
ranno cause che mi varranno, spero, la sua 
indulgenza; e con ciò la prego a volermi cre- 
dere con la massima stima 



Suo dev. servitore 
A. Cavagna Sangiuliani 



Milano, marzo 1869. 



17 



DOCUMENTO 



1464 ~ Maij 19. 



Transactio inter magnificarli excelsamque Dnam Lu- 
chinam de Verme magnifici et potentis Dni Dni Co- 
mitis Aloysiì de Verme relictam ex una parte et ge- 
nerosum virum Dnum Franciscum de Casteliono uti 
fìlium, conjuntam personam et procurate-rem magnifi- 
ca dominse Antonise de Casteliono relictee magni- 
fici et clarissimi juris utriusque doctoris et ducalis 
Consiliarii Dni Guarnerii de Casteliono ex parte altera. 
Conventum hic est ut medietas domus magnse (Bro- 
letto exinde nuncuparunt) site in Porta Cumana, et 
partim ad sancti Tomoe, partim ad sancti Nazarii ad 



Pctram sanctam Mediolani parecias speetantis, quam 
magnifìcus inclitusque Dnus Dnus Comes Franciscus 



134 

Carmagnola et Dna Antonia jugales de Vicecomitibus 
dictarum Luchinae et Antonia^ sororum quondam ge- 
nitores incoluerant; quoeque demani ad easdem soro- 
res equis portionibus ut heredes pervenerat, medietas 
inquam istius domus a predictis Dnis de Casteliono 
prefate Dne Luchinee vendatur pretio florenorum 9500 
infra octennium solvendorum, statuta interim ducato- 
rum sexaginta aureorum annua prsestatione. 



V. 



UNA VISITA AL MUSEO D'ARCHEOLOGIA 



IN MILANO 



Occorsomi un giorno di visitare il nostro 
Museo Archeologico , presemi vaghezza di 
trarne alcune note; e lasciando aperto tuttavia 
il campo alla benemerita Consulta, vi presento 
pochi schizzi e alcuni pensieri, come vennero 
giù dalla matita mentre m'aggiravo fra quelli 
antichi avanzi di una passata età, e fra que- 
gli interessanti monumenti. 

Mi risovvengo d'aver letto, come a' bei tempi 
del Romano Impero , dai Cesari e dal Senato 
fossero stabilite varie severe leggi, con le quali 
si vietava la dispersione de' monumenti d'ogni 
maniera, e se ne ingiungeva anzi la conser- 

18 



138 
vazione e il ristauro, come nobilissima dote e 
perpetuo lustro della patria. 

Essi giustamente apprezzavano l'importanza 
delle nazionali memorie , e così volevan pure 
rispettati i marmi scritti, i sepolcri e persino 
i più piccoli ruderi. 

Da Vespasiano , di cui con le rimaste me- 
daglie, fabbriche e iscrizioni ne sono traman- 
date onorevoli le memorie del nome e delle 
gesta, fu prescritto che « negotiandi causa 
cedificia demoliri et marmora detrahere ve~ 
titum est (1). » 

Adriano Augusto, non meno grande amatore 
e conoscitore delle arti , Marco Aurelio, Lucio 
Vero, Severo Alessandro , Costantino Magno, 
Costanzo, Giuliano, Valentiniano, Onorio, e fi- 
nalmente lo stesso Teodorico che , sebbene 
Goto, dichiarava presunzione temeraria il vo- 
lersi da lui violare i migliori fregi delle città, 

(1) È proibito per ragion di commercio tanto il demolire 
edifizii, quanto lo staccarne i fregi. 



139 
tutti imposero il rispetto ai monumenti, il culto 
alle patrie glorie. 

Ne in altro modo operarono i Presidi, i Con- 
solari e i Magistrati più colti e prudenti ; spun- 
tati poi gli albori lieti di un'era più felice, si 
cominciarono a diradare le dense tenebre del- 
l'età di mezzo, e così sorsero insieme l'amore 
degli studii e il gusto nelle arti, e il deside- 
rio di conservare le memorie care del pas- 
sato, che a gara si vanno illustrando e ono- 
rando maggiormente. 

Fino dal 1228, ne assicura l'erudito Labus, 
padre dei moderni studii archeologici, venne 
prescritto in Verona che quel Podestà dovesse 
promettere di spendere nei primi sei mesi del 
suo governo 500 lire dell'erario municipale a 
ristauro di quel magnifico anfiteatro. 

Una pergamena del 1303 ci fa sapere, che 
chi toglieva pietre dall'anfiteatro e dal teatro 
di Pola doveva pagare al Patriarca d'Aquileja 
cento monete d'oro. 

I pontefici Martino V , Pio II , Sisto IV e 



140 
molti altri, replicatamente con acerbe parole 
inveirono contro i depredatori d'ogni qualsiasi 
avanzo o monumento patrio. 

Or m' avveggo d'essermi troppo allontanato 
dal nostro Museo e subito vi ritorno. 

Siamo nel palazzo delle Scienze e delle Arti, 
che, già casa e tempio degli Umiliati, fu uno 
dei loro primari stabilimenti e lanifici. Dato 
quindi in Commenda, divenne convento dei Ge- 
suiti sotto S. Carlo, che aveva ottenuta la sop- 
pressione dei corrotti Umiliati. I nuovi frati, 
ricchi e potenti, fecero innalzare questa fab- 
brica, che venne compiuta coi disegni del Ri- 
chini e di Piermarini, ed è una delle più rag- 
guardevoli della nostra città. 

Il nome di Brera che s'ha, deriva da Braida, 
termine guasto di prcedium , fondo o campo; 
e infatti era prima uno dei due campi ch'esi- 
stevano in Milano, questo che dicevasi Brera 
del Guercio o d'Algisio dal nome del suo pro- 
prietario , e 1' altro situato presso porti Ro- 
mana, ove è attualmente la via degli Orti. 



141 

In questo palazzo stanno : la ricca Biblio- 
teca nazionale, l' importante Gabinetto numi- 
smatico, l'Osservatorio, la preziosa Pinacoteca, 
l'Accademia di belle arti, scuole, gallerie e il 
nostro Museo archeologico. 

Creato questo nuovo ed interessante istituto 
patrio con decreto reale del 13 novembre 1862, 
venne consacrato alla conservazione delli an- 
tichi nostri monumenti. 

Sta esso precisamente nella vetusta chiesa 
di S. Maria di Brera; e il vasto locale mostra 
tuttora le tre spaziose navate del primitivo 
tempio, le cui volte erano sostenute da tozze 
colonne di vari pezzi di pietra, che nella prima 
parte di esso, chiuse in grossi pilastri a raf- 
forzarne la solidità, non mostrano la loro pri- 
miera costruzione, che si scorge nella seconda 
parte, ove sono scoperte. 

Sigonio la dice eretta nel 1046 , ma molti 
gli contrastano 1' esattezza di questa data. 

Nel suo interno anticamente conservava la- 
vori del Luini, del Bramantino , della scuola 



142 

di Leonardo e del Legnarli; e nell' esterno 
aveva la facciata tutta lavorata in marmi 
scaccati a bianco e nero, con una porta a co- 
lonnette e arabeschi finissimamente scolpiti in 
pietra; al disopra della quale in un semicir- 
colo dipinto dal Bramantino era raffigurata 
Maria Vergine col bambino in grembo. 

Questa porta, sconsacrato e volto a diverso 
uso il tempio , venne trasportata a Monza in 
un magazzino di quel reale palazzo , e da 
poco donata dal re Vittorio Emanuele al no- 
stro Museo , la vi si vede per ora in terra, 
mentre so essere nell' intenzione della degna 
Consulta di ricostruirla nel pristino stato il 
più presto possibile (1). 

Rimessa in piedi , faranno bella mostra di 
sé le sue vaghe ed artistiche forme. 

A chi entra nel grandioso recinto, sacro alla 
storia dei nostri civili avvenimenti, delle no- 



(1) Credo che a quest'ora sia già collocata conveniente' 
mente. 



143 
stre arti, dei nostri antichi riti , delle nostre 
glorie , dei nostri grandi uomini , piacerà il 
bell'ordine dei diversi monumenti, delle molte 
lapidi, degli interessanti ruderi, col quale sono 
qui disposti. 

Dicendo solo delle principalissime cose, a 
sinistra dopo alcune lapidi di casa Archinto, 
sostate un momento dinnanzi a quelle cinque 
statue vecchie ed annerite; e pensate che una 
volta figuravano sulla distrutta porta bifora 
vicina al ponte di porta Orientale o Venezia, 
ed ora sono qui, a rammentarci il sacro obligo 
che abbiamo di rispettare tutto quanto di pre- 
zioso ne venne dagli avi nostri. 

Esse, coi portoni di Porta Nuova tanto ber- 
sagliati , sono i pochissimi testimoni di quel 
solenne atto di concordia, che formò la Lega 
Lombarda e fece la famosa battaglia di Le- 
gnano. 

Superiormente sta infìssa nella parete una 
grande finestra in cotto, come quelle del no- 
stro Ospedale Maggiore. Era essa in una casa 



144 

della via di Rugabella a porta Romana , e 
finamente lavorata ne rammenta il bel gusto 
artistico del 500. 

Dopo, si presenta bello di eletto stile , un 
maestoso e ricco monumento. È questo il se- 
polcro di Giambattista Bagarotti , vescovo di 
Bobbio. 

Stava prima nella soppressa chiesa di Santa 
Maria della Pace , e precisamente vicino al- 
l'Epistola. 

Il tumulo nell'insieme è di buon disegno, di 
eleganti forme , di purissimo marmo bianco, 
scolpito assai finamente ; è sostenuto da sei 
candide e vaghe colonne, ciascuna delle quali 
porta inciso nel grigio basamento lo stemma 
gentilizio della nobile famiglia Bagarotti e le 
pastorali insegne di cui era rivestito l'illustre 
sepolto. 

In alto del sepolcro giace effigiato il chiaro 
vescovo, riposando sopra un piedestallo di glo- 
rie, che l'intemerata sua vita e le larghe be- 
neficenze a lui meritarono. 



Sulla fronte esterna del tumulo leggesi la 
seguente iscrizione: 

Babtista Bagarottus Placentin 

Epus. Bobien. et Comes dum 

se mortalem animo volvit 

vivens depons. mdxix (1) 

Più sotto nel cornicione stanno queste sag- 
gie parole : 

Ne quid expectes, quod tu per te agere pos- 
sis (2). 

Questo detto mi ricorda il proverbio To- 
scano 

Quel che tu stesso puoi e dire e fare 
Che altri il faccia mai non aspettare. 

Nacque Giovanni Battista Bagarotti da una 
nobile e illustre famiglia piacentina; era pri- 



(1) Battista Bagarotti, piacentino, vescovo e conte di 
Bobbio, vivente, si eresse questa tomba, l'anno 1519. 

(2) Quello che tu puoi fare non aspettare che altri il 
faccia. 

19 



146 
mamente canonico e arcidiacono della chiesa 
matrice di quella città, indi fu per lungo tempo 
chiarissimo segretario e scrittore per le lettere 
apostoliche, nonché integro custode dei registri 
sotto il papa Innocenzo Vili, cui per le rare 
doti dell'animo suo, fu meritamente carissimo 
e da lui tenuto in grande pregio e alta stima, 
come lo fu pure dal sommo pontefice Alessan- 
dro VI, che nel dì 8 di aprile dell'anno 1500 
lo promosse alla vescovile cattedra di Bobbio, 
ove il suo governo lasciò splendidi ricordi , 
preziose memorie'; imperocché fattosi strenuo 
difensore dei diritti della sua chiesa , seppe 
con forte petto rivendicarle ogni antico pri- 
vilegio ; consacratosi intieramente al maggior 
lustro e al migliore stato della medesima, ne 
accrebbe di assai le entrate , e ben valse a 
ordinarne il clero e le sacre istituzioni. 

Espulsi da Bobbio i conti Dal Verme, vi ac- 
colse il 7 settembre 1501 il conte di Ligny, 
cui infeudò Zavattarello, Ruino e Trebecco, 
luoghi dei monti Bobbiesi , e dopo investì di 



147 

feudo perpetuo il famoso Galeazzo Sanseve- 
rino. 

Instituì del proprio nella chiesa cattedrale 
di Piacenza una prebenda e ne dedicò solen- 
nemente l'altare nell'anno 1509. 

Il Poggiali (1) dice come il nostro Bagarotti 
fosse stato eziandio protonotario apostolico , 
Abate commendatario del priorato di S. Am- 
brogio e capo della prepositura di S. Maria 
di Gariento in Piacenza. 

Dopo aver retto tanto saggiamente la chiesa 
di Bobbio per 19 anni, i più dei nostri scrit- 
tori lo dicono morto in Milano nell'anno 1519, 
mentre il Poggiali, colla scorta di vari docu- 
menti, lo vuole vivente ancora nel 1523. In 
ogni modo fu sepolto nella chiesa di S. Maria 
della Pace, e il tumulo porta per data 1' an- 
no 1519. 

Come scrive pure il Torre, s' era egli ben 
meritato nella chiesa della Pace un così vi- 
ci) Memorie storiche di Piacenza, voi. Vili, pag. 292, 



148 
stoso mausoleo, perchè vivente avea egli som- 
ministrate larghe elemosine per la fabbrica di 
quella chiesa, e non lasciò mai di farle splen- 
didi e ricchi doni : e infatti fra le altre cose, 
per il migliore ornamento del vecchio altare, 
vi fece dipingere una grande tavola da Marco 
d' Ogionno , in cui erano effigiati gli apostoli 
Pietro e Paolo, S. Gerolamo, S. Catterina Mar- 
tire, la Maddalena , la nascita del Bambino, 
l'adorazione dei Magi, Cristo battezzato, San 
Francesco stimatizzato, l'Angelo Custode e lo 
stesso vescovo Bagarotti , genuflesso innanzi 
all'immagine del Battista; lavoro riputatissimo 
di quel raro pennello che fu Marco d'Ogionno. 
Il quale dipinto , in un vecchio ristauro del 
coro, venne da quei frati trasportato e spartito 
in diversi quadri , e così diviso , fu collocato 
nel loro refettorio, ed ora non so più ove si 
trovi. 

Diamo un addio al magnifico monumento, e 
portiamo con noi la speranza di vederlo pre- 
sto meglio collocato, mentre colà non possono 



149 

rilevarsi i molti pregi dell'opera, nò gustarsi 
il grazioso distacco del bianco delle colonne 
sul grigio dei basamenti. 

La grande e marmorea porta, a pochi passi 
da qui, che apre alla seconda sala, era prima 
sulla casa in via dei Bossi , che da Fran- 
cesco Sforza, signore di Milano, venne donata 
a Cosimo de' Medici, duca di Firenze. 

Questo duca mandò a Milano per decorare 
l'avuto palazzo il celebre architetto fìrentino 
Michelozzo Michelozzi, scolaro del Donatello, 
che disegnò e fece eseguire questa porta, che 
è monumento di rara bellezza ; le sculture la- 
terali però sono attribuite da alcuni al rino- 
mato artista Agostino Busti detto il Bambaja, 
di cui avremo occasione a tener lungamente 
parola descrivendo il grazioso monumentino 
che sta collocato precisamente a destra di que- 
sta porta , e giù avanzi del mausoleo di Ga- 
stone di Foix, ambedue opere sue. 

Sopra l'arco stanno le effigie di Francesco 
Sforza e di Bianca sua moglie, e nelP archi- 



150 
trave è scolpito lo stemma Visconteo-Sforze- 
sco, sorretto da due angioli in bassorilievo. 

Le quattro figure che stanno di fianco ai 
lavorati pilastri sono appunto quelle che si 
credono scolpite dall'ardito quanto sicuro scal- 
pello del Bambaja. 

Questo prezioso oggetto , come tanti altri , 
minacciava esserci rapito per lucro e andar- 
sene a decorare il Museo di una città stra- 
niera; fortuna volle che un illustre patrizio 
nostro, si facesse promotore d' una sottoscri- 
zione che valse a dissetare P ingorda brama 
di guadagno. 

Sia lode dunque al duca Ludovico Melzi , 
che con splendida elargizione diede l'esempio 
tanto bene seguito da altri cittadini nostri, nei 
quali non è peranco estinto il culto delle pa- 
trie memorie. 

Un solo passo ci porta innanzi ad un gio- 
iello artistico, e cioè il monumento marmoreo 
dedicato a Lancino Curzio, poeta , e scolpito 
dal nostro simpatico Busti. 



151 

Un' opera tanto insigne merita davvero una 
ben minuta ed accurata descrizione , peccato 
che cade in cattive mani; io intanto ne dirò 
qualche cosa, sperando che altri ne dirà di 
più e meglio. 

Sta incassato, codesto monumento, nel muro 
alla guisa di una lapide; è di piccole propor- 
zioni, ma di finissimo lavoro: consta esso d'una 
umetta, che porta distesa in bassorilievo la fi- 
gura del poeta, dormiente e con disciolto il 
crine. Con la mano sinistra sostiene il capo, 
che è rivolto allo spettatore, e che l'artista 
seppe rendere inspirato e vivo. Sopra 1' urna 
scorgesi un quadro che ha scolpite bellamente 
le tre grazie,, delle quali solo quella di mezzo 
porta tuttavia il venusto capo. Ancora più in 
alto è poggiata un'ara con fiamma ardente, cui 
fanno vigile custodia tre -angeli. A'iati del mo- 
numento stanno due quadrate basi che hanno 
scolpito un carissimo e grassotto puttino, e che 
servono a sostegno di due candelabri. Nella 
parte inferiore sta il seguente epitaffio, che 
fu composto da Stefano Dolcino : 



152 

En virtutem mortis nesciam 

vivet Lancinius Curtius 

specula per omnia 

QUASCUMQUAM LUSTRANS ORAS 
TANTUM POSSUNT CAMOEN^E (1). 

Sotto al monumento dalla Consulta fu col- 
locata una lapide che spiega d'onde qui venne 
portato, e a chi si debba l'opera, con queste 
parole : 

Opus 
Augustini de Busto 
an. MDXIII 

ABSOLVIT 

e coenobio S. Marci 

Mediol. 

Translat. 



(1) Ecco il misterioso fato 
Vivrà Lancino Curzio 
Per tutti i secoli 
E in tutto il mondo; 
Tanto possano le muse. 



m 

Curzio , fu poeta latino moderno , di buon 
nome, nato a Milano nella prima metà del se- 
colo XV, morto nel 1511 , scolaro di Giorgio 
Merula; era dottissimo nel latino e nel greco, 
e compose molte opere, fra le quali le seguenti 
che vennero in luce, tranne la prima, dopo la 
sua morte : Meditatio in Ebdomadam Oliva- 
rum Carmina (Milano 1508). Nella prefazione 
di questo poema, Curzio mena vanto di aver 
composto sessantamila versi (è forse troppo!); 
Epigrammatum libri 10 (ivi, 1521, due voi. in 
foglio); — Silvarum, libici XII (ivi, 1551, 
in foglio). 

L'Argelati reca inoltre una lunga lista d'o- 
puscoli poetici di Curzio, che venuti nelle mani 
degli eredi, sebbene nati da quel fecondo in- 
gegno, pure in massima parte stettero sepolti 
nelle tenebri , e solo pochi uscirono per le 
stampe, publicati in varie raccolte. 

Curzio fu trattato troppo severamente da 
Paolo Giovio e da Cesare Scaligero ; ma il vero 
è che tanto nelle sue Selve quanto nei suoi 

20 



154 
Epigrammi, si trovano delle cose buone e gra- 
ziose. 

Nello scomparto che sta fra il pilastro e l'e- 
stremo muro, verso il finestrone, vennero collo- 
cati dalla degna Consulta i pochi avanzi del 
grandioso monumento di Gastone di Foix, 
opera eziandio del riputatissimo e più volte 
nominato Agostino Busti, detto il Bambaja. È 
questo un vero tesoro d'arte italiana, e forse 
uno fra i più preziosi oggetti che qui siedono 
a decoro e lustro della nostra città. 

Questo monumento fu scolpito per collocarsi 
nella chiesa di Santa Marta , nel monastero 
delle Agostiniane, e già annoveravasi fra le 
più stupende opere dell'arte nostra al suo ri- 
nascimento. Intorno a questo mausoleo lavorò 
il valente artefice molti anni , senza che per 
altro lo potesse condurre a termine, imperoc - 
che, tornata Milano nel dominio degli Sforza, 
non fu più luogo a quell'onore che i Francesi 
rendevano alla memoria del loro illustre ca- 
pitano, Gastone di Foix , morto nella famosa 
battaglia di Ravenna. 



In progresso di tempo, distrutta la vecchia 
chiesa di Santa Marta, le sculture apparec- 
chiate per il sepolcro di Gastone furono ven- 
dute e qua e là disseminate. 

Questo monumento ebbe la sfortuna d'essere 
trasportato sovente da un luogo air altro , e 
così molti pezzi si dispersero, e vari bassori- 
lievi importantissimi che lo adornavano, ven- 
nero guasti o divisi. 

In ogni più piccolo ornato 1' artista erasi 
mostrato tutto grazia, sapere e delicatezza di 
gusto, e il marchese Malaspina ben ebbe ra- 
gione di affermare che questo scultore si di- 
stinguesse per la finezza del tocco nell' insi- 
gne monumento , sopra tutti gli scultori suoi 
contemporanei , e che eccellente fosse nella 
squisita leggiadria di quei lavori; benché opere 
egregie egli eseguisse di stile più largo. 

Peccato che di così grande monumento se 
ne sia fatto così grande sacrilegio ! 

Ora, oltre i pochi resti che qui sono, altri si 
trovano a Castellazzo nella villa dei marchesi 



156 

Basca, stativi fatti trasportare nel 1712 dal 
conte Giuseppe Arconati , altri nel Palazzo 
della Biblioteca Ambrosiana, e nelle case Cri- 
velli e Biglia, altri ancora furono trasportati 
a Torino, a Parigi, e perfino a Londra. — Di- 
cesi eziandio che molti piccoli bassorilievi fu- 
rono così guasti e rovinati da una stessa re- 
ligiosa di S. Marta. 

Qui adunque vediamo la statua di Gastone 
di Foix, alcuni bassorilievi scolpiti a fregi fi- 
nissimi e qualche figura. 

In mezzo a questi preziosi e celebrati avanzi 
leggesi la seguente iscrizione: 

slmulacrum castonis foxii 
Gallicarum copiarum ductobis 

qui in Ravennate prjelio cecidit anno 

CIOIOXII. 

cum in aede Martae restituenda 

eius tumulus dirutus sit 

huinsce coenobii virgines 

AD TANTI DUCIS IMMORTALITATEM 
HOC IN LOCO COLLOCANDUM CURAVERE 
ANNO CIOIOLXXIV 



157 

Eccone la traduzione : 

Simulacro di Gastone di Foix 

condottiero degli eserciti francesi 

caduto nella battaglia di ravenna nell'anno 

MDXII. 

ESSENDO NELLA RISTAURAZIONE DELLA CHIESA DI S. MARTA 

DISTRUTTA LA SUA TOMBA 

LE VERGINI DI QUESTO MONASTERO 

ALLA IMMORTALITÀ' DI SÌ GRANDE CAPITANO 

IN QUESTO LUOGO LO FECERO COLLOCARE 

nell'anno MDLXXIV. 

Neil' insigne monumento sono raffigurati i 
molti fatti, le famose battaglie, le vittorie ed 
espugnazioni di torri , castelli , città, operate 
da Gastone nella breve sua vita; e finalmente 
le stesse sue sembianze nella statua di lui, 
colle armi sue, colle vesti medesime, e grande 
quanto il vero, e quasi lieto , così morto, per 
le avute vittorie. 

Si veggono pure in questi pezzi e negli al- 
tri altrove collocati, stupendamente intagliate 
fregiature di trofei, d' armi di tutte le sorta. 



158 
carri, artiglierie , e molti altri istrumenti da 
guerra; nonché molte piccole figure scolpite con 
grande e squisita diligenza. 

Queste reliquie mostrano il sommo valore 
del Busti nello scolpire tanti emblemi e allu- 
sioni di guerra con sì maravigliosa e perfetta 
finezza, che ogni immaginazione ne rimane 
vinta. 

È pur vero che tanto poco di umanità o 
piuttosto di cuore ci rimase, che a niuno fin 
qui rincrebbe la perdita, ne della memoria di 
Foix, né della bontà ed eccellenza dell'opera. 

Onde saremmo indotti a dire , che meglio 
un buon libro, o un documento scritto sia me- 
moria stabile con cui un uomo possa traman- 
dare ai secoli venturi il suo nome; che non i 
marmi, li edifizii , le publiche fondazioni, che 
tutte vedonsi scomparire e disperdere per sem- 
pre, o rimanere sepolte nel silenzio dell'oblio. 

A buon dritto Orazio disse ch'egli coi versi 
suoi innalzava un monumento più durevole dei 
bronzi; e infatti qui due nomi gloriosi e illu- 



1B9 

àtri, quello cioè di Gastone di Foix duca di 
Nemours, insigne nelle armi e nell'ardimento, 
e quello di Agostino Busti detto il Bambaja, 
chiarissimo nelP arte sua , avrebbero trovato 
un ben fragile e poco duraturo documento di 
onoranza. 

Speriamo che i fratelli Pierotti, i quali già 
da parecchi anni stanno modellando i diversi 
pezzi, potranno almeno artificialmente rico- 
struire questa meraviglia. 

Troppo celebri e note sono le gesta del fa- 
moso capitano , perchè io qui abbia a dirne 
molto. 

Gastone nacque Panno 1489, ed ebbe a ge- 
nitori Giovanni de Foix, visconte di Narbona, 
e Maria d'Orleans, sorella di Luigi XII. 

Questo principe , dicendo in breve , fu uno 
dei più grandi uomini di guerra che abbia 
prodotti la Francia; diede nella prima sua gio- 
ventù tali prove di talenti militari , che ben 
poche glorie di provetti guerrieri avrebbero 
potuto pareggiare la sua , e a soli 22 anni 



(1511) fu chiamato all'importantissimo comando 
della Lombardia, e quivi nel cuore dell'inverno, 
per le vicende della guerra che allora s' era 
accesa in Italia, circondato da nemici tutti 
egualmente pericolosi, a tutti egli oppose una 
resistenza insuperabile collo stesso esercito, e 
tutti vinse. 

L'11 aprile 1512, fu a lui giorno fatale. Im- 
perocché scontratisi a Ravenna li eserciti av- 
versari-, ne uscì la sanguinosa battaglia, in 
cui d'ambi i lati furonvi perdite gravissime, e 
per quella dei francesi, l'irreparabile nella per 
sona del sommo condottiero Gastone di Foix. 

Due sole parole per il nostro buon Agostino 
Busti, che detto il Bustino, o Bambaja, e ora 
anche Bambara o Zambara, nacque nel no- 
stro territorio circa il 1470, e fu allievo di 
Bernardino da Treviglio. 

Ad Agostino principalmente si dà merito di 
aver saputo rendere docile ai più minuti la- 
vori il marmo delle cave lombarde. 

Molte opere e di grande importanza scolpì 



1(51 

dagli ultimi anni del XV secolo fino presso al- 
l'anno 1550, forse l'ultimo della vita di lui. 

Gli esempi delle opere del Busti ne mostrano 
quanto il suo scalpello fosse singolare nella 
finitezza e nella precisione ; spiccava egli so- 
vranamente nei rabeschi, nei fogliami e negli 
accessorii magnifici, nelle vesti, nelle pieghe, 
nei capelli. 

Visse sempre in patria, e nel Milanese in- 
fatti trovansi quasi tutte le opere sue , delle 
quali pur troppo, molte, come il Mausoleo a 
Gastone, non saprei per qual destino , furono 
condotte a miserevole fine. 

Oltre ai nostri due preziosi monumenti di 
Lancino Curzio e del Foix, debbonsi a lui di- 
verse opere nel nostro Duomo, e fra queste la 
scala di marmo della presentazione di M. V. 
al Tempio, il grandioso monumento dei car- 
dinale Caracciolo, morto nel 1338, e alcuni la- 
vori nella cappella della Madonna dell' Al- 
bero. 
Nella distrutta chiesa di S. Francesco era 

21 



162 

sua la sepoltura dei Birnghi, con sei figure e 
il basamento storiato, e con altri bellissimi or- 
namenti, che tutti fanno fede della pratica e 
maestria di quel valente artefice ; alla Certosa 
di Pavia, per ordine di Ludovico il Moro, fece 
il monumento della duchessa Beatrice che tut- 
tora vi si vede e si ammira, e forse sue anche 
sono le statue messe alla porta del palazzo 
Medici in via dei Bossi, di cui poco prima ab- 
biamo tenuto parola. 

L' esempio di Agostino fu cagione che in 
Milano si aprisse a quell'epoca una scuola di 
insigni scultori , fra i quali rammentano gli 
storici un Andrea Biffi, un Antonio Pristinaro, 
un Annibale Fontana, e sopra tutti un Cristo- 
foro Gobbo e un Francesco Brambilla , che 
operarono a gara con lo stesso Busti. 

NulPaltro io posso dir di lui né seppi rin- 
venire intorno alle opere sue , mentre indub- 
biamente egli fu uno dei più valorosi nostri 
scultori. 

Molte son le parole mie , ma fin qui pochi 



1G3 
i passi nel prefìsso giro; dunque su via in 
fretta, stacchiamoci da così grandi e illustri 
memorie; il che sarà a stento, perchè troppo 
ne incresce il toglierci da quanto parla al 
cuore , all' immaginazione, all'animo nostro. 

Altre memorie care, altri fatti gloriosi, altre 
rimembranze grate ne attendono però in que- 
sto prezioso recinto ; infatti, quali testimonii 
migliori, più certi, può avere un paese della 
propria storica e artistica importanza, delle 
onorifiche sue gesta, del suo splendido passato, 
se non nei monumenti, nelle antichità, e di- 
cendo in breve nelle opere tutte che l'arte ci 
ha tramandato? 

Dicevo altrove (1) come essa è realmente una 
vera potenza, essa è la vera vita, poiché l'arte 
è la poesia e la scienza, il bello e l'utile, la 
storia e il sapere, è l'ispirazione dell'amore e 
dei più sublimi sentimenti dell'animo; è il qua- 



(1) Il portico di S. Celso in Milano, pag. 6 e 7. 



164 

ciro veritiero e imparziale della coltura e della 
moralità di un popolo; è documento sacro di 
storia civile, di progresso scientifico, d'avan- 
zamento letterario, di gusto architettonico, di 
sviluppo filosofico. 

Penetra essa addentro l'obblio delle spente 
generazioni , interroga la voce solenne delle 
rimembranze e ricerca l'uomo nella rovina dei 
secoli. 

Lo studio dell'arte è lo studio dell'uomo, 
poiché l'arte nacque coll'uomo, la creò il bi-. 
sogno, l'abbellì l'ingegno. 

L'arte adunque divenne la più schietta espres- 
sione dell'uomo e della società, del sentimento 
civile, politico e religioso, segnando il corso 
regolare dei destini umani. Sorsero quindi i 
templi grandi e maestosi, torreggiarono pira- 
midi e colonne, furono scritti i marmi, fusi i 
bronzi, coniate monete e medaglie, intagliati 
ornamenti e lavori pregievolissimi, scolpiti bas- 
sorilievi e busti, create statue, formate armi 
e corone , incisi stemmi e fregi , e si videro 



165 

disegnati a caratteri di eternità numi e eroi, 
leggi e costumi, fatti lieti, vicissitudini tristi, 
popoli e re, con tutti quei gloriosi avvenimenti 
che agitarono il mondo nel succedersi dei se- 
coli , tutto il continuo e incessante avvicen- 
darsi di popoli a popoli, di nazioni a nazioni, 
di governi a governi, di imperanti a imperanti. 

Non posso davvero chiamar questi pensieri 
una digressione dall'ordine mio, perchè troppo 
legate sono le idee che traspaiono dall' arte 
con questi monumenti, con questi marmi, che 
ne sono insieme l'ispirazione e il risultato finale. 

Sul pilastro a destra di chi si allontana 
dalla statua e dagli avanzi del monumento di 
Gastone di Foix, è immurata una iscrizione 
scolpita su nero marmo. 

Stava dessa nel convento di S. Maria delle 
Grazie, che nel rione di Porta Vercell ina sor- 
geva presso quella magnifica chiesa, cui tanto 
bene s'addice llappellativo delle Grazie, poiché 
in essa l'arte ne profuse tante. 

L' iscrizione rammenta un nome carissimo 



im 

nella storia di quell'istituto, e non meno chiaro 
nei fasti d'un religioso ospizio dell'antica città 
di Voghera, il nome di Vincenzo Bandella 
Le parole della lapide sono: 

Fr. Vincentio Bandello 

de Castronovo. ad. Iriam 

ord. prìed. Generali, magistro. 

Ludovico Marine. Sfortle. mediol. duci 

apprime. caro. 

pletate. prudentia. scriptis clarissimo 

hujus. ccenobii. alumno hlnc pr^ifecto 

Fratres. Sanctìe. Marine Gratiarum 

viro meritissimo 

P. 

Che suonano così in volgare: 

A 

Frate Vincenzo Bandelli 

di Castelnuovo presso Voghera 

Maestro generale dell'ordine dei Predicatori 

carissimo 

a Ludovico Maria Sforza duca di Milano 

Per pietà', senno e opere 

chiarissimo 

di questo Cenobio 

prima alunno poi prefetto 

i frati di Santa Maria delle Grazie 

A TANTO UOMO 
POSERO. 



167 

Vincenzo Bandelli nacque nel 1446 da una 
delle più antiche e ragguardevoli famiglie di 
Castelnuovo-Scrivia, la quale ebbe da Ottone I, 
imperatore, i feudi di Castelnuovo, di Sale, e 
di Casei, che alla cacciata dei Torriani essa 
perdette, senza poterli mai più ricuperare. 

È anzi al tempo del dominio dei Bandelli 
che il borgo di Castelnuovo-Scrivia andò am- 
pliandosi; venne cinto intorno di fossati e va- 
lide mura per un circuito di 3600 metri; e co- 
minciò ad estendere le proprie industrie , il 
locale commercio, e la vita insieme politica e 
rurale. 

Vincenzo Bandelli fu insigne dottore di teo- 
logia, genera le dell'ordine dei predicatori, pre- 
lato della Corte di Roma, Grande di Spagna. 

Molto scrisse, e di lui si ha pubblicato nel 
1475: De Veritate Conceptionis B. M. ; libro 
di cui si valse più volte il pontefice Benedet* 
to XIV; nel 1481 quello : De Concepitone Jesu 
Cristi j e l'altro De Po testate Papce. 

Compose pure V Ufficio della Santificazione 



168 

e purificazione di Maria Vergine , e da ul- 
timo scrisse un lavoro storico sul Principio e 
fondazione della regola di S. Domenico, opera 
stampata in ottavo l'anno 1500 nella città di 
Saluzzo coi tipi dei nobili fratelli Gugliermi di 
Rohan. 

Il Tiraboschi , discorrendo del nostro Ban- 
della lo dichiarò uomo di grande ingegno e 
di vastissima erudizione. 

Era egli come gli altri di sua famiglia in- 
telligente protettore delle belle arti ; s'ebbe in 
casa sua a Castelnuovo, chiamato da lui e da 
suo nipote Matteo, per lungo tempo Leonardo 
da Vinci, dal quale nel 1497, mentre egli era 
Priore del Convento delle grazie, vi fece di- 
pingere nel refettorio la famosa cena degli 
Apostoli , che è quel capolavoro che tutti 
sanno. 

In Castelnuovo, Leonardo ad istanza del Bari- 
delli ben volle istruire nella pittura Alessan- 
dro Berri, giovane Castelnovese, da essi amato 
e protetto; il quale giunto a matura età di- 



169 

pìnse egli pure sul legno la cena , emulando 
il suo gran maestro. 

Come generale dei Domenicani , Vincenzo 
Bandelli avendo scelto Voghera a sua dimora; 
con splendidi atti d'animo generoso, vi lasciò 
imperiture memorie di riconoscenza. 

Si stabilì in mezzo ai confratelli dell'ordine 
nell'antico convento di S. Maria della Pietà, 
ora chiamato comunemente del Rosario , che 
sorge a pochi passi da Voghera, in capo ad 
un largo viale fiancheggiato da alti alberi e 
ora deserto. 

Era stato fondato codesto convento nell'anno 
1492, e Vincenzo Bandelli con gran cuore se 
ne fece il più largo benefattore , imperocché 
fu egli che a tutte proprie spese fece rico- 
struire due lati del vasto caseggiato che tut- 
tora si vede, aggiunse parte delle laterali cap- 
pelle nella chiesa, della quale fece ristaurare 
la facciata in stile consentaneo all'ordine in- 
terno d' architettura , che detta Lombarda a 
tutto sesto, presenta in questo edifìcio la più 

22 



170 

maestosa semplicità, per la grandezza della sua 
nave e per la purità delle sue linee. 

Le beneficenze elargite da Vincenzo Ban- 
delli al convento della Pietà di Voghera sono 
ampiamente attestate da una lapide scritta. 
ad onore del nome suo, che prima era posta 
nel coro della chiesa ed ora è collocata a de- 
stra della facciata, sopra la porta principale 
del- convento. 

Il bianco marmo, oltre lo stemma dei Ban- 
delli, porta le seguenti parole: 

Vincentius Bandellus antistes ordinis nostri 

CEDI SaCRCE MENIA 

celsa dedit. 
Vincentius Bandellus Minister 

GENERALIS ORDINIS PREDICATORUM. _s 

Vincentii Bandelli de Castronovo 
totiùs ordinis predicatorum 

GENERALIS MAGISTRI DOCTORISQUE 

EXCELLENTISSIMI MUNIFICENZA 

CONDITUM. 1505. cu 



171 

Eccone la traduzione: 

. Vincenzo Bandelli 
capo del nostro ordine 
diede alte mura al tempio. — 

Vincenzo Bandelli 

ministro generale dell'ordine 

dei predicatori — 

per munificenza 

di Vincenzo Bandelli da Castelnuovo 

general maestro 

di tutto l'ordine dei predicatori 

eccellentissimo dottore 

fondato nel 1505. 

Lo stemma è composto da sei bande e capo 
coll'aquila imperiale coronata; ed ha aggiunto 
ai lati dello scudo due manipoli (1). 

NelP opera del Leonardo fatta eseguire da 
Vincenzo Bandelli alle Grazie, s' abbiamo noi 
bella ricordanza del nome suo , e in tutti gli 
altri atti suoi tanto le lettere quanto la carità 



(1) Più avanti diamo un disegno di qnel marmo; esso 
venne da me copiato or sono alcuni anni. 



m 

legano cara rimembranza al profondo sapere, 
all'alto cuore di lui; così, grande, liberale ed 
eletto ingegno, doveva essere insignito della 
porpora cardinalizia dal sommo pontefice Giu- 
lio II (Della Rovere), quando placidamente lo 
coglieva la morte in Montalto di Calabria, il 
giorno 27 d' agosto dell' anno 1506, nella ap- 
pena matura età di sessant'anni. 

Trasportate le sue spoglie mortali in Napoli, 
venne sepolto nella chiesa di San Domenico 
Maggiore; così anche nell'estremo lembo della 
nostra classica penisola avvi un marmo che 
rammenta l'illustre nome di così eminente per- 
sonaggio. 

Ne piace qui dare alcune spiegazioni sul 
nome Jriam, con il quale nell'iscrizione è ram- 
mentata Voghera. 

Appunto Irla chiamavasi negli andati tempi 
l'allegra e fiorente città , che siede ai piedi 
delle amene colline d'Oltrepò, e continua col 
nome di Voghera le gloriose tradizioni del- 
l'antico splendore; e troviamo ben acconcio il 



OFUSANTISTES NQR1 VLNCETIVS AD 
BAÒELLVS SACRA M0EN1A GELSA DEDIT 




VINCENTI! R/VNDELLIDE 

CAST HO NOVO TOTIVS 
ORDINIS PREDICATORVM 

gENERALIS MAESTRI 

DOCTORISQVE EXCELLE~TfS 

S1M1 MVNIFICÈTIA CÓDITV 

M- D'QVINTO 



Lapide di Vincenzo Bandelli a Voghera. 



173 

vedere usata la primitiva denominazione , in 
una epigrafe , che nella lingua , nel contesto 
delle parole, e nella forma medesima, ritrae 
specialmente l'origine e l'esempio dai più ve- 
tusti monumenti. 

Aver poi Voghera nelle più lontane età il 
nome d'Iria, ci è insegnato da una lapide esi- 
stente in S. Benedetto presso Auriate, da una 
bella e preziosa base di statua che si vede 
nel giardino dei Borromei ad Angera, la quale 
appartiene a Caio Metillio Marcellino, cava- 
liere Romano, fra li altri titoli d' onore insi- 
gnito anche di quello di patrono Colonia? 
foro, Tuli Triensium, cioè di Voghera, dalle an- 
tiche citazioni di Livio, di Cronovio, di Plinio, 
di Tolomeo , d' Antonino, del Menila e dagli 
ultimi studii del Labus, dello Scaramuzza, del 
Manfredi e miei. 

Infatti Livio, parlando della sommossa Gal- 
lica, Hamilcare Poeno , racconta che i Galli 
excitis statiellibus Iriatibusque etateris Li- 
gusticis populis Placentiam invaserant , ove 



174 

gli Iriati sono come gli Iriesi del citato marmo 
gli antichi abitatori d'Iria. — Certamente la 
città delli Iriati o Iriesi fu Iria presso il fiume 
di simil nome , rammemorata da Plinio, che 
scrive: Libarna , Ber tona, Colonia, Irla, ed 
era posta dieci miglia antiche al di qua di 
Tortona secondo l'itinerario di Antonino, il 
che viene raffermato da altre indagini archeo- 
logiche fatte nel 1829 intorno ai ruderi sco- 
perti nella casa dell' egregio signor canonico 
Manfredi Vogherese. 

Viene Iria ricordata pure da Tolomeo e dalla 
tavola Peutingeriana, che delineata si crede 
nell'età di Teodosio. 

Iria, dalla suddetta lapide di Cajo Metillio 
e da altra in onore di Sesto Aurelio Valente, 
si scorge elevata al grado di Colonia, e fre- 
giata del titolo di Giulia, e come tale ornata 
dalle più alte magistrature alla guisa della 
metropoli; e quindi s'ebbe nel suo seno i duum- 
viri presidi della municipale republica, le di- 
gnità sacerdotali, i flamini e gli auguri, l'or- 



17:; 

dine patrizio e l'ordine plebeo, onde è che Pli- 
nio dei tanti luoghi cospicui Clastitidium, Li- 
tubium, Cameliomagum non fa verun cenno 
e nomina soltanto Iria — ab altero Apennini 
latere ad Padum amnem Italice ditissimum , 
omnia nobilibus oppidis nitent Libarna, Ber- 
thona, Iria, ponendola così tra le più nobili 
città della Liguria ? e secondo la divisione 
d' Italia in XI regioni ordinata da Augusto, 
ascritta alla regione IX. 

Dopo i primi anni del secolo V non trovasi 
più nella storia menzione alcuna della nostra 
Iria, distrutta essa dal ferro e dal fuoco de- 
gli Unni, degli Eruli o dei Borgognoni, bar- 
bari invasori del nostro ubertoso paese , ne 
fecero un mucchio di rovine; per cui così ri- 
dotta non ne ebbe contezza di lei l'anonimo 
Ravennate geografo del VII secolo, avvisan- 
doci Giorgio Merula e altri storici più vicini 
a noi, che quei ruderi si dissero Vicus Irice 
in più bassa età, forse perchè rimase in piedi 
per alcun tempo qualche edificio, un vicolo o 



176 
sobborgo della prima città, oppure che sul 
suolo di quella o almeno nelle vicinanze, siasi 
aggruppato qualche casolare, i di cui abitanti 
timorosi d'appropriarsi l'illustre nome dell'an- 
tica città, Iria, se ne dissero un sobborgo , e 
quindi un Vicus Irice. 

Così in seguito ne venne la plebs Viquerice 
in un diploma del re Berengario del 915, per 
conferma alla Matrice di S. Lorenzo , del te- 
loneo e dei diritti sulle acque della Staffora , 
e il Castrum Viquerice in altro diploma del 
979, di Ottone II imperatore, col quale lo ce- 
deva insieme con quello di Garbagna al ve- 
scovo di Tortona. 

Quindi in progresso di tempo ebbimo Voche- 
ria, Vogheria, e finalmente Voghera ai giorni 
nostri. 

Sul muro di fronte al pilastro ove sta l'epi- 
grafe di Vincenzo Bandelli e fin qui descritta 
e illustrata, vedesi un'altra grande iscrizione 
pure scolpita sopra marmo nero. 

Essa dice: 



177 

Infelix partus amissa ante vitam quam in 

LUCEM EDERET , INFELICIOR QUOD MATRI 

moriens vitam ademi, et parentem con- 
sorte sua orbavi in tam adverso fato, 
hoc solum mihi potest joctjndum esse 
quod divi parentes me ludovicus et 
Beatrix Mediolanenses duces genuere 
mcccclxxxxvii tertio mensis nonas januari. 

Le meste parole rammentano un tristissimo 
fatto; la morte della moglie e della figlia di 
Ludovico. Grande era V affetto che Ludovico 
portava nell'animo suo per Beatrice , cui ve- 
nerò sempre, ed ebbe ispiratrice di virili con- 
sigli; rapita così giovane , ebbe a piangerla 
sempre, e le fece fare dal celebrato Bambaja 
il monumento che tuttora si ammira alla Cer- 
tosa di Pavia, e del quale, lodando V esimio 
scultore, ne femmo indietro cenno particolare. 
Questa devozione sua e questo affetto singo- 
lare per la consorte potrebbero far dubitare 
non sia stata troppo calunniata la memoria 
di lui, che tristo politico forse per maggior 

23 



178 
malora sua che nostra, ben meritò moltissimo 
colPaver esteso l'uso dei gelsi, che da lui ap- 
punto presero il nome volgare di moroni; col 
prolungare fino nell'interno della città il Na- 
viglio della Martesana , e farlo girare a co- 
modo dei molti magazzeni, e congiungere poi 
a quello di Gaggiano e al Laghetto; col se- 
condare il risorgimento delle arti belle e della 
letteratura classica, appoggiando i lavori e le 
opere di Bernardino Corio, di Tristano Calco 
e di Donato Bosso, nostri storici, e di molti 
altri, mentre ricordano con alta onoranza il 
nome suo le molte opere che a lui si devono, 
come fra le altre il Lazzaretto, il magnifico 
chiostro di Sant' Ambrogio e la Madonna di 
S. Celso. 

Le parole di questo marmo trovano una ben 
cara illustrazione nei due ritratti di Ludovico 
e di Beatrice , che scolpiti in bianco marmo, 
stanno immurati nei pilastri quasi di fronte 
all'iscrizione. 

L'effìgie d'entrambi porta improntata lave- 



179 
rità delle sembianze , nelle maschie linee del 
volto di Ludovico e nella gentilezza e bontà 
che traspaiono dalle simpatiche forme del ri- 
tratto di Bice. 

Nasceva essa dalla cospicua famiglia d' E- 
sto, e per poco doveva consolare l'agitata esi- 
stenza dello sposo, Ludovico, poiché nelPancor 
fresca età di 23 anni, il 2 gennaio del 1497, 
lo abbandonava solo nei perigli del governo. 

Da quel momento l'infelice principe non visse 
che in mezzo alle sciagure e al dolore. 

A rammentare quel tristissimo avvenimento, 
oltre la lapide che abbiamo vista, non spiac- 
cia a chi mi tien dietro in questa visita, di ve- 
nire con me fino al Borgo di Viarenna in 
Porta Ticinese, e là, leggere l'iscrizione che è 
collocata nella casa portante il N. 37 in via 
degli Olocati, in faccia al primo esempio fra 
noi di quegli uscioni adatti a sostenere le ac- 
que, e che furono dette Conche, poiché ivi al- 
lude appunto a tale duplicità di fatti il monu- 
mento marmoreo e tutto lavorato, che là si 
vede ancora e quasi obliato. 



180 

Quella conca esisteva già da molti anni, 
poiché si ha, che nel 1448 i capitani della li- 
bertà concessero alla fabbrica del Duomo il 
dazio sulle navi, che dai naviglio avessero a 
passare per la conca di Viarenna; ma fu solo 
nel 1497, l'anno della morie di Beatrice, che 
il duca Ludovico il Moro la rese regolare, col- 
l'alzarsi il canal grande sino al livello della 
fossa di fortificazione, e ridonò alla fabbrica 
suddetta, cui rimase finché Maria Teresa non 
la trasse al fìsco. 

Il monumento posto colà in queir epoca, e 
che meriterebbe ora un luogo più consentaneo 
al suo valore artistico, e alla sua importanza 
storica, e più acconcio a conservare i fregi, 
che esposti alle intemperie, di mano in mano 
vanno deperendo, presenta un eletto gusto di 
linee e qualche pregio. 

Ha la forma di una quadrata porta, con due 
pilastri terminati da capitelli finamente lavo- 
rati, e l'architrave con un cornicione ornato 
di bassorilievi, sopra il quale vedesi una Ma* 



181 

donna che tiene sotto il suo manto la chiesa 
delle Grazie fondata appunto da Beatrice e da 
Ludovico. 

Nella parte centrale del monumento sta un 
grande scudo coronato, nel quale sono inquar- 
tate le insegne gentilizie dei Visconti e degli 
Estensi, e ai fianchi dello stesso veggonsi in- 
cise le seguenti parole: 

Ludovicus Maria Sforzia, 
Beatrix Estensis, Mediolanx duces 

e sotto allo stemma la lunga iscrizione che, 
ne rammenta la morte di Bice e insieme l'o- 
pera di Ludovico intorno alla conca di Via- 
renna, e si esprime in questo modo: 

Cataractam sub salutifera virginis 
titulo in Clivo extructam ut per 
in-equale solum ad urbis commoditatem 
ultro citroque naves commearent. 
Fisco qbnoxiam et vectigalem 
Ludovicus mediolanensis dux 
fabrica mediolanensis ecclesia 
dono dedit anno quo beatrix 
Estensi ejus coniunx decessit, 1497. 



182 

Io desidererei che questo monumento venisse 
trasportato nel patrio Museo, per salvarlo dai 
danni che corre, e metterlo qui a corredo delle 
altre memorie di Beatrice. 

La ricordanza e l'effigie di Ludovico e quella 
di Beatrice vedesi sulla porta che Sant' Am- 
brogio mette nella canonica , sul tombone di 
Viarenna, in altri edifizii e in molti quadri , 
ed è bella ventura che il nome di quella donna 
appaia così ai posteri , esempio di fedeltà e 
d'amore, 

Ritorniamo nel Museo. 

Sui pilastri dell'arco che si apre innanzi al 
monumento di Gastone veggonsi infissi molti 
stemmi gentilizii scolpiti sopra scudi mar- 
morei. 

In uno vedi la biscia dei Visconti e le pa- 
role: 

JOHANNIS GALEAZ MARIA 

Dux Mediolani Sestus 
1481. 

che ce lo addimostra per la gentilesca insegna 
di quel tirannico signor di Milano. 



183 

In altri trovi la biscia Viscontea inquartata 
con l'aquila imperiale; in altri varii detti, e fra 
essi quello che dice: merito et tempore, non 
so se per vera pazienza o gesuitica finzione. 

Alcuni altri blasoni con altri motti, formano 
una raccolta preziosa per l'amatore degli studi 
araldici, e per speciali memorie di alcune no- 
stre famiglie, che a quelli stemmi legano un 
avvenimento storico, o un antico privilegio, o 
una qualche illustre alleanza. 

Nel centro della navata di mezzo, e preci- 
samente di fronte alla entrata secondaria, ma 
usuale del Museo , fa grandiosa pompa delle 
sue forme gigantesche e massiccie , il colos- 
sale monumento di Bernabò Visconti duca di 
Milano e potente signore di molte città e ca- 
stelli. S'innalzava prima nella sopressa chiesa 
di S. Giovanni in Conca ove figurava unita- 
mente al Mausoleo di Regina della Scala, ora 
pure qui, e di cui appresso terremo particolar 
parola. 

Dopo la sconsacrazione della chiesa di San 



184 
Giovanni, vennero ambedue trasportati nel pa- 
lazzo di Brera presso la Regia Accademia di 
Belle Arti, e ora collocati nel nostro patrio 
Museo, ne formano chiare illustrazioni, e dei 
più importanti anelli storici, che legano l'uno 
all'altro i monumenti e le antichità delle di- 
verse epoche. 

Il Mausoleo di Bernabò Visconti è composto 
da un grande sarcofago sostenuto da 12 co- 
lonne e dalla statua di Bernabò Visconti a 
cavallo, che vi sta sopra. 

Fregi, statuette, bassorilievi adornano d'ogni 
lato l'imponente mole di marmo. 

Particolareggiando la descrizione: il sarco- 
fago si vede sostenuto adunque da 12 colonne, 
6 delle quali stanno nella parte più interna 
della sua base, e grosse, di forma ottangolare, 
hanno capitelli e basamenti molto lavorati; e 
le altre 6 colonnette più all' infuori sono meno 
grosse e anche meno ricche. 

Il sarcofago è in ciascuna delle sue quattro 
parti ornato di un bassorilievo. 



18:; 

Nel lato a sinistra della statua equestre di 
Bernabò e quindi in faccia alla finestra il 
bassorilievo porta nel mezzo VEcce Homo, cir- 
condato da molti santi ., i nomi dei quali si 
leggono sopra un listello superiore e sono scritti 
come segue: 

S. BernabctSj S. Bernardus , S. Johannes, 
S. Dna Mia, Dns Jhs Xps , S. Johes Evag, 
S. DemianUj S. Gotardu, S. Coxmas. 

Il cartello che si vede nella mano manca 
di San Giambattista ha le parole : 

Ego vox clamans in deserio: para viam Do- 
mini incise assai chiaramente in caratteri an- 
tichi; per altro il versetto della sacra scrittura 
nel capo primo del Vangelo di S. Giovanni, 
dice: Ego vox clamantis in deserto: dirigite 
viam Domini, ecc. 

Nella parete destra del sarcofago è rappre- 
sentato Gesù crocifisso con alcuni santi ; il li- 
stello superiore ne dà i nomi colla seguente 
iscrizione che è quasi smarrita: 

S. Xpophor, Sca Katerina, S. Georgiu, Sca 

24 



186 
Maria , Sca Magdal , S. Johes j S. Ugenius j 
S. Antonius, S. Jop. 

La parete di fronte, che è più corta di 
quelle dei fianchi del sarcofago e sta innanzi 
al cavallo , contiene i quattro evangelisti in 
atto di scrivere i vangeli; hanno i simboli, e 
manca soltanto il solito angelo a S. Giovanni. 
Nel listello superiore vi sono scritte le parole: 

S. Marcus, S. Matheus, S. Luca, S. Johes. 

Nei pilastrini ai fianchi di questo bassori- 
lievo veggonsi le figure di S. Gregorio e di 
S. Gerolamo; e sopra a ciascuno rispettiva- 
mente le parole: S. Gregorius e S. Jeronimus. 

Nel lato posteriore del sarcofago, ai cui fian- 
chi stanno S. Ambrogio e S. Agostino, è rap- 
presentata la coronazione della Beata Vergine 
e nei rispettivi listelli sopra ai bassirilievi^ 
leggonsi le parole: & Ambroxius, Dna Sca 
Maria, D. Ihs Xpusj mancando il nome ove 
doveva vedersi quello di S. Agostino. 

Tutta questa base e l'intiero sarcofago erano 
dipinti in oro, del quale veggonsi ancora pò- 



187 
che tracce in qualche intaglio e nei capitelli 
delle colonne interne, essendo sparito nelle 
altre parti del prezioso monumento. 

Innalzando lo sguardo vediamo la gran fi- 
gura di Bernabò Visconti dominante su tutto 
quanto attornia. 

Il signore è a cavallo, sopra una sella altis- 
sima, il di cui uso introdotto a quell'epoca nei 
tornei e nei caroselli, frequentissimi in una età 
tanto cavalleresca e guerriera, fu da lui por- 
tato dalla Francia e dalla Germania, ov'egli 
era stato al tempo del suo esilio. 

Intorno al guanto, al gomito, agli omeri, al 
collo, al ginocchio, lungo V avambraccio, la 
coscia, la gamba, la spada, leggesi un lun- 
ghissimo motto, che non si sa interpretare e che 
è anche inciso separato tra la statua della Giu- 
stizia e la parte posteriore del sarcofago. Sulle 
bardature del cavallo si ripetono le cifrg di 
cui si vede un saggio più in grande sopra il 
fianco del sarcofago, ove sono gli evangelisti. 

La statua equestre, che poggia sopra il 



188 
sarcofago, è uno de' monoliti più belli che si 
possono ammirare anche oggidì, e nelle sue 
grossolane forme ha improntato un certo quale 
ardimento, che dona maestà e grandezza all'in- 
sieme del mausoleo. 

Il cavallo è fiancheggiato da due statue 
rappresentanti la Forza e la Giustizia. La 
prima con abito reticolato appoggia la destra 
sul leone ed ha alla manca il motto sonragne 
Fraine) che è inciso anche separatamente 
a! disopra della parete posteriore del sarco- 
fago, ove è rappresentatala coronazione della 
Vergine; all' estremità inferiore del cartello, 
ove sta scritto il motto, vi è un cane latrante 
in mezzo a due piante, che formano il soste- 
gno della grande statua equestre. 

La Giustizia ha la bilancia in una mano e 
la spada nell'altra, di cui però non rimane ora 
che l'elsa, ha 1' abito reticolato essa pure, e 
nei singoli intermezzi porta una sigla, che pri- 
mamente era dipinta in oro. 

Al disotto delle due statue della Giustizia e 



189 

della Forza vi è l'impresa d'un cane appiat- 
tato fra le fiamme coll'elmo e col cimiero fra 
le iniziali coronate D. B. (Dominus Barnabas) 
e con un lembo che esce dalle fiamme. 

Avanti la statua equestre vi sono due pic- 
cole statue che raffigurerebbero due angioletti; 
le altre due, che vi dovevano essere nella parte 
posteriore del monumento, ora più non si ve- 
dono. In quelle che tuttora esistono v'è indi- 
zio che avessero le ali e che portassero fiac- 
cole o candelabri. 

Tanto nella parete di fronte, quanto in quella 
posteriore, il centro del cornicione porta uno 
scudetto , che ha incisa la biscia viscontea, 
serpe velenoso che troppo bene ci dipinge la 
tortuosità della via tenuta da quei sovrani nel 
governo di questo nostro paese. 

Non conosciamo l'artefice di quest'opera, il 
quale, se in essa a noi si rivela non tanto pro- 
vetto, pure dobbiamo dirlo altrettanto ardito. 
Sappiamo troppo, in quella vece, chi fosse Ber- 
nabò; questo crudel prepotente, che i sudditi, 



190 

i papi, gl'imperatori tanto aborrirono, e la cui 
potenza fu sempre di grande terrore in Italia, 
lasciò di sé tal fama , che inutile riesce qui 
di più oltre nominarlo. 

A pochi passi da questo monumento , pure 
nella parte centrale dell'ampio salone, presso 
ad un pilastro, giace l'urna sepolcrale di Re- 
gina della Scala, moglie di Bernabò; alcuni 
bassirilievi ornano l'avello che è sostenuto da 
massiccie colonne, ma che nell'insieme è assai 
meno interessante del sepolcro del potente e 
temuto signor di Milano. 

Sopra due pilastri stanno incastonate due 
iscrizioni, una di fronte all' altra. 

Una dice : 

Com. Catharin^e 

fossan^e archint^e 

Genere et moribus 

lectissim.e coniugi 

Comes Horatius Archintus 

DECURIO 



191 

Pace et Bello 
Patritiis Muneribus 

ASSIDUE FUNCTUS 

IUSTITIAM BOLORIS 

MERITORUM MEMORIA 

TESTABATUR 
ANNO EIUSDEM FUNERtS 

M. DC. LXX 
E l'altra: 

Clar^e Cermenat^e uxori 

cum qua coniunctissime 

vixit ann. xxxv. 

sibi et haer. 

Franciscus Bernardina 

Crassus elemosina 

Patribus Hujus Conventus 

data ut anniversarium 

PERPETUO F. V. P. 

anno D. MDLXXXVI. 

Sotto queste parole sta uno stemma genti- 
lizio, composto da uno scacchiere sormontato 



192 

da un'aquila imperiale, e sostenuto da due put- 
tini con fiaccole volte a terra; il tutto contor- 
nato da festoni e da ghirlande di fiori. 

In mezzo a queste lapidi , nella parte cen- 
trale dell'arco , sono da osservarsi due capi- 
telli del portico dei Figini , che si innalzava 
sulla piazza del Duomo a limitare la vista di 
quel magnifico tempio, e che venne distrutto 
da qualche anno, onde aprire la larga piazza 
da tanto tempo sospirata e così lentamente 
procurata a decoro della nostra città; i due 
capitelli sostengono due piccole gugliette già 
foggiate per il Duomo di Milano. 

In questo salone, qua e là, vedonsi: due pie- 
destalli donati dal conte Lucini Passalacqua; 
quattro magnifiche colonne di porfido, scavate 
presso la chiesa di S. Carpoforo, avanzo cer- 
tamente di un antico tempio pagano ; una sta- 
tuetta di proprietà del Duomo; un antico ca- 
mino, un'arca con bassorilievo rappresentante 
un tale Atilio calzolaio; una testa di Medusa 
con due delfini; una pietra funeraria con bas- 



193 

sorilievo rappresentante due coniugi seduti; 
un giovane bacco , piccola statua greca; un 
busto in bronzo d' ignoto autore , opera però 
certamente romana del secolo III. Una grossa 
campana fusa in bronzo nell'anno 1352 , ap- 
partenente al comune di Milano, e tolta dalla 
torre della piazza dei Mercanti, ove chiamava 
a discutere i patrii affari, tutti quelli che for- 
mavano parte del Gran Consiglio , e che si 
dice siasi spezzata nel 1848 per il lungo bat- 
tere a martello. 

Sui muri, verso l'entrata principale, stanno 
due affreschi tolti dalla casa dell' infelice mi- 
nistro Prina, attribuiti all'Appiani, e sconciati 
miseramente in quel luttuoso e triste fatto che 
tutti sanno; un marmo greco con figura pan- 
neggiata a bassorilievo e con iscrizione greca; 
la famosa lapide dei consoli milanesi incisa 
nell'anno 1171, che ornava l'antica porta Ro- 
mana: l'iscrizione della colonna infame; altra 
iscrizione che ricorda P. Tutilio veterano mi- 
lanese, morto essendo consoli C. Fusio Gemino 

25 



194 

e L. Rubellio Gemino, sotto i quali patì Cristo; 
una finestra quadrata in cotto ed altra con 
arco acuto tolte da una casa in via Rugabella. 

Vennero donati recentemente dalla nobile 
famiglia Castiglioni e stanno qui, molti marmi 
scritti, busti, bassorilievi ed altre preziose an- 
tichità, fra le quali si notano specialmente un 
grande avello portante sopra un lato la data 
519 e le due iniziali D. M. scolpite sulle altre 
faccie; alcuni piccoli pezzi di pietra, uno dei 
quali porta lo stemma Malaspina, altro ha in- 
ciso tre pinocchi sopra tre tronchi d' albero, 
un terzo mostra scolpite le lettere I e M, più 
le parole Mit Zeit. 

Vennero pure inviati in dono al Museo ar- 
cheologico, poco fa, dal nobile signor Luigi 
Parochetti e qui vedonsi, alcuni interessanti 
marmi e frammenti tolti dalla regione di Ca- 
stelseprio, tanto importante nella storia no- 
stra. 

Altre epigrafi e bassorilievi vennero pure re- 
centemente al Museo archeologico dalla chiesa 



195 

di S. Simpliciano, a continuo incremento della 
collezione dei patrii monumenti. 

Qui stanno pure ora molte preziose antica- 
glie scoperte nelle escavazioni fatte per 1' e- 
rezione del nuovo e grandioso palazzo della 
Cassa Lombarda di Risparmio , state già va- 
lentemente illustrate dai chiarissimi Caffi e 
Caimi; dal primo in un articolo sul giornale 
La Lombardia, dal secondo in un'illustrazione 
del Museo Archeologico publicata nel giornale 
L'Arte in Italia. Per gli studii dei due dotti 
archeologhi si sa come in parte questi ruderi 
appartenessero all'epoca Romana, ed in parte 
al Monastero d' Orona , e come siano somma- 
mente interessanti per la storia milanese, 

Rimando così il lettore a quelle preziose ed 
importanti osservazioni. 

Nel centro della seconda sala fu collocato 
parte di un pavimento romano a mosaico, 
trovato nella via della Passerella nelle case 
del marchese Litta Modignani , dell' epoca e 
della forma stessa di un mosaico grandissimo 



196 

rinvenuto alcuni anni or sono a Voghera nella 
costruzione di quel teatro sociale e che venne 
per somma sventura disperso intieramente. 

Intorno furono collocate alcune scansie che 
racchiudono molti minuti e preziosi oggetti. 

Nella prima, a destra per chi entra in que- 
sto secondo locale, si vedono vasi ed altre an- 
ticaglie trovate in diverse tombe Gallo-Italiche 
e Romane presso Golasecca ed altre località 
della Brughiera di Somma , che formavano 
parte della collezione archeologica del prof. 
Giani. 

Vi stanno pure gli avanzi di una tomba 
Gallo-Italica scoperta a Sesto Calende da poco 
tempo e assai valentemente illustrata dal 
chiaro archeologo e nummografo, il professore 
cav. Bernardino Biondelli, direttore del Gabi- 
netto numismatico, nonché altri piccoli oggetti 
in ferro irruginito, pure rinvenuti nei dintorni 
di Sesto Calende. 

Nella seguente scansia stanno collocati al- 
cuni oggetti sterrati nel febbraio dell' anno 



197 

1868 a Vittuone, e alcuni frammenti di vasi 
in terra cotta ivi pure scoperti. 

Presso vedonsi cippi e triboli trovati nel 
1864 in una tomba entro il castello di Mila- 
no; qualche oggetto estratto da un sepolcro 
trovato nel 1865 a due miglia da Caravag- 
gio; una scodellatiti piccolo vaso, ed un lume, 
tutti in terra cotta ; più alcuni piccoli uten- 
sili in ferro dell'epoca romana; alcuni vasi ed 
altre anticaglie provenienti dal sepolcreto ro- 
mano scavato nel piano di Vergiate, dono del 
signor ingegnere Antonio Faccioli; vasi Gallo- 
Italici e frammenti d' oggetti in bronzo sca- 
vati a Golasecca e nelle adiacenze. 

In altra scansia stanno riposti utensili in 
ferro dell'età romana dissepolti presso Orvieto; 
oggetti in bronzo ed in ferro donati dal no- 
bile signor Francesco Vitali e scoperti a Mi- 
radoro, sulle colline di S. Colombano, che così 
si mostrarono non soltanto ricche di produ- 
zioni fossili, mineralogiche ed agricole, ma 
bensì anche di preziosità archeologiche e sto- 



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riche; sono degni poi di speciale osservazione 
tra questi oggetti, una spada e alcuni speroni 
scoperti sotto la basilica di San Eustorgio e 
regalati al museo da quella fabbriceria, non- 
ché un antico elmo , un busto in bronzo , un 
vaso lavorato , molti idoletti ed alcune sta- 
tuette in bronzo. 

Nell'estrema scansia, a destra, vennero ri- 
posti molti piccoli oggetti sterrati nei lavori 
del nuovo giardino pubblico, e precisamente 
nel luogo chiamato il Bettolino, e consistenti 
in vasi, bottiglie , tazze e lumicini in terra 
coita, nonché in piccoli vasi lacrimali e bot- 
tigliette di finissimo vetro. 

Nelle altre scansie di fronte alla grande en- 
trata s'ammirano alcuni trittici e dittici sacri 
e consolari, in avorio, di magnifico lavoro; non- 
ché statuette, bassorilievi, piccoli busti ed al- 
tri consimili oggetti artìstici di grande valore 
archeologico. 

Nel centro stanno disposti in bell'ordine una 
trentina circa di piatti delle nostrali fabbriche 



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di terraglie di Faenza, una gran tazza o vaso 
pure faentino ed altre consimili preziosità ce- 
ramiche che insieme formano un'interessante 
collezione di maioliche italiane dipinte. 

Altrove sono collocati alcuni marmorei gio- 
ielli , e tra gli altri un dito d'un piede d'una 
statua colossale rinvennuta a Tortona. 

In altri armadi stanno oggetti Chinesi e 
Giapponesi, antichità Egizie, Romane ed Etni- 
sche. 

Di tutti questi ultimi monumenti archeologi- 
ci e storici, terremo particolar parola in una 
nostra seconda visita al patrio museo, nella 
quale ragioneremo eziandio in modo speciale 
anche di molte altre antichità, che lasciammo 
addietro nel nostro primo e rapidissimo giro, co- 
me dell'iscrizione commemorante la peste del 
1630; di una statua mutilata di Venere, rinvenu- 
ta presso la via di S. Primo in Milano ; di una 
stele egiziana votiva; di un bel ciborio con 
angioli a bassorilievo, opera della scuola fio- 
rentina del XVI secolo; di uno stilobate ro- 



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mano con pitture a fresco, rinvenuto nella via 
della Maddalena al Cerchio in Milano ; di due 
vasi romani in pietra colombaria, con emblemi 
teatrali; delle iscrizioni antiche onorarie, sto- 
riche, sacre, funerarie e cristiane, provenienti 
in gran parte dal museo Archinto; dei vetri 
romani, e di altri bronzi ed oggetti di cera- 
mica antica; di alcuni marmi già appartenenti 
alla collezione Bolognini; di busti , di arma- 
ture , di capitelli, di stipiti, di frammenti di- 
versi, che in questo museo figurano e meri- 
tano d'essere ricordati; ma per ora basta così. 



Milano, febbraio 18G9. 



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